Cinema, fumetti e teatro dell’assurdo

Scritto da Alberto Cassani martedì 4 maggio 2010 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Come avevo avuto modo di scrivere neanche due mesi fa, il numero di castronerie che i critici cinematografici sono in grado di scrivere quando si occupano anche marginalmente di fumetti è incredibile. E le castronerie si dividono quasi equamente tra critici giovani e critici di lungo corso. Certo però che i critici esperti sanno spesso crearne di veramente eclatanti.

E’ successo il 30 aprile ad Alessandra Levantesi, che su La Stampa recensisce il film di Jon Favreau Iron Man 2. O meglio: scrive quello che la stampa italiana spaccia spesso per recensione, ossia un articoletto composto perlopiù da opinioni altrui e in cui l’elenco di nomi e il racconto della trama rappresentano almeno la metà dello spazio a disposizione. La Levantesi trova però anche modo di scrivere una cosa in grado di far accapponare la pelle a tutti gli appassionati di fumetti. Per non rovinarvi la sorpresa, vi riporto qui sotto tutto il suo testo. Il corsivo è mio.

Le poche recensioni americane per ora in circolazione (il film esce in Usa una settimana più tardi che da noi) non si sono dimostrate molto tenere verso Iron Man 2, anzi. Quel che vi era di entusiasmante nel numero uno è sparito, la storia non ha né capo né coda, non c’è abbastanza spessore: per farla breve, questa serie che era partita con l’approvazione della critica, dovrà accontentarsi del solo successo di pubblico.

È davvero così? A noi non pare. Tanto per cominciare, bollare di insensatezza e mancanza di profondità un fumetto ci sembra bizzarro. Il fumetto è insensato per natura; e, se proprio vogliamo, la sua filosofia consiste nel riflettere il caos del mondo rifuggendo dal rigor di logica. In quest’ottica la cornice di Iron Man 2 rispecchia, deformata ma leggibilissima, l’America post Bush di oggi, un paese dove si tenta di coniugare cose incompatibili come capitalismo e senso sociale, orgoglio di superpotenza e pacifismo. E Tony Stark/Iron Man, il multimiliardario fabbricante d’armi che Stan Lee creò nel ‘63 ispirandosi all’eccentrico riccone Howard Hughes, ne rappresenta l’eroe ideale.

Individualista e comunicatore, narciso e filantropo, Stark si trasforma nell’invincibile uomo metallo infilandosi in una speciale corazza volante alimentata da un marchingegno al palladio infilato nel petto. Quell’aggeggio gli sta però avvelenando il sangue e il protagonista attraversa le avventure del numero due nello stato euforico/autodistruttivo di chi si sente addosso l’alito della morte, indipendentemente dai nemici ansiosi di annientarlo: l’invidioso rivale in affari Sam Rockwell e l’allucinato scienziato russo Micky Rourke. Mentre al suo fianco intervengono, accanto alla segretaria Gwyneth Paltrow e all’ufficiale Don Cheadle, la finta assistente legale Scarlett Johansson e il misterioso Samuel L. Jackson. Basterebbero i tempi di regia di Jon Favreau, il cast stellare, i dialoghi brillanti e la qualità degli effetti speciali a fare di Iron Man 2 una pellicola di sicuro e felice intrattenimento. Ma la vera carta vincente qui, come nel primo capitolo, è la presenza di Robert Downey Jr., un attore di un tale carisma, di un tale umorismo, di una tale espressività da risultare più forte dell’armatura di cui si ammanta.

Si potrebbe discutere sull’insistenza con cui i nostri critici si sforzano di trovare nei film prodotti da Hollywood – anche i più ludici o triviali – una fotografia del “presente”, ma preferisco concentrarmi sull’insensatezza naturale del fumetto.
Anche volendo dare alla Levantesi il beneficio del dubbio – ossia voler pensare che sapesse di cosa stava scrivendo – quella che dà non è forse una definizione che si può applicare a qualunque forma di racconto che non voglia essere documentaristica? E quindi, anche e soprattutto al cinema? Non è forse vero che l’unico personaggio in tutta la storia del cinema ad agire sempre a rigor di logica è stato il signor Spock? Non è forse vero che le sceneggiature (ma anche i racconti e i romanzi) sono più interessanti quanto meno sono prevedibili, e non potrebbero esserlo se fossero sempre perfettamente logiche? Non è forse vero che nel senso comune Sherlock Holmes è sempre stato sinonimo di logica applicata, a sottolineare proprio la straordinarietà della cosa nei confronti del resto del mondo letterario (e in seguito, appunto, cinematografico)?
Questo sempre se non prendiamo in considerazione che, da come la mette la Levantesi, l’insensatezza del fumetto sembra essere una scelta precisa volta ad ottenere un maggior realismo, e quindi tutt’altro che insensata…

Luca Boschi, uno dei più importanti esperti di fumetti che abbiamo in Italia, ha commentato l’articolo nel suo blog (da cui  ho preso in prestito il concetto del titolo di questo mio post) dicendo che la Levantesi…

[…] Ha sparato un assunto inqualificabile, non intelligente, come forse nemmeno mezzo secolo fa (epoca molto più buia) avrebbe fatto una persona che volesse essere attendibile come esperta di mass media (scrive di cinema, e di film & fumetti, quindi come vogliamo chiamarla?).

E questo è esattamente quello che spesso capita ai giornalisti che scrivono con sufficienza di cose che non conoscono: danno l’impressione di voler sembrare esperti, di sforzarsi per poter apparire attendibili anche in campi diversi dal loro. Quasi sempre falliscono miseramente. Alessandra Levantesi non fa eccezione, perché nel primo paragrafo riporta opinioni relative ad Iron Man 2 e nel secondo le riconduce al fumetto come se riguardassero questo e non il film. Quindi no: non sapeva di cosa stava scrivendo…

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Commenti

9 risposte a: “Cinema, fumetti e teatro dell’assurdo”

  1. Mirko ha scritto martedì 4 maggio 2010 19:41

    Sì, l’avevo letto l’articolo… a dir poco raccapricciante… e mi era proprio rimasta impressa la parte corsiva, tra l’altro, proprio perché mi ero chiesto: “Ma cosa sta dicendo?” 😀 Comunque sì, anch’io sono convinto che non sapesse affatto di cosa parlava… avrà pensato che era un bel periodo, suonava bene e l’ha scritto, spegnendo il cervello… (o almeno mi auguro che sia così…)

  2. Alberto Cassani ha scritto martedì 4 maggio 2010 19:51

    Giuseppe Pollicelli, in un commento nel blog di Luca Boschi, diceva che anni fa la Levantesi scriveva su Comic Art. Io non mi ricordo assolutamente, ma in ogni caso ho dei dubbi potesse scrivere qualcosa di serio sui fumetti.

  3. capirebattiato ha scritto mercoledì 5 maggio 2010 17:06

    io avevo dei dubbi potesse scrivere qualcosa di serio (in senso stretto). ora ho solo certezze.

    “l’America post Bush di oggi, un paese dove si tenta di coniugare cose incompatibili come capitalismo e senso sociale, orgoglio di superpotenza e pacifismo.”

    ..e poi, perchè capitalismo e senso sociale sarebbero incompatibili?
    ..orgolgio di superpotenza, sembra una locuzione filosofica storpiata da un bambino di 5 anni.

  4. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 5 maggio 2010 17:10

    Ma diciamo che sono anche luoghi comuni clamorosi…

  5. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 5 maggio 2010 17:10

    Che poi, tra l’altro, la sua è la classica “recensione” che si può scrivere tranquillamente senza aver visto il film.

  6. Cinefilo incolto ha scritto mercoledì 5 maggio 2010 22:24

    Queste castronerie sono il motivo per cui preferisco sempre la recensione del piu’ scafato dei blogger a quelle dei “critici” da quotidiano.
    E’ un terribile luogo comune… lo ammetto.

  7. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 5 maggio 2010 23:23

    Il problema è che i critici dei quotidiani sono quasi tutti vecchi bacucchi, e non riuscirebbero a nasconderlo neanche se si sforzassero.

  8. capirebattiato ha scritto venerdì 7 maggio 2010 15:03

    potrebbero provare con dei capelli finti, un po’ di tacco e magari una canzoncina dal jingle ridicolo quando entrano.. pare che funzioni, per far dimenticare l’età.

  9. Alberto Cassani ha scritto lunedì 10 maggio 2010 15:25

    Potrebbero andare in pensione…

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