Detto e non detto

Scritto da Alberto Cassani mercoledì 27 novembre 2013 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Gay TaleseLa ragione per cui non uso un registratore è che non voglio che la registrazione contraddica quella che ritengo poter essere una citazione migliore. La mia idea di cosa vuol dire realizzare un’intervista è ottenere il meglio possibile dalle dichiarazioni di qualcuno che sta esprimendo il proprio pensiero. La miglior rappresentazione possibile di ciò che pensa, non di ciò che dice.

Questo è quanto ha dichiarato un paio di mesi fa il famoso giornalista statunitense Gay Talese parlando alla Nieman Foundation di un suo articolo del 1966 su Frank Sinatra. La dichiarazione di Talese ha suscitato una risposta da parte di Mark Liberman, linguista e collaboratore di Slate Magazine.

Ciò che Talese descrive è quello che i giornalisti potrebbero chiamare “inventarsi le dichiarazioni”. Nel suo caso si tratta di catturare lo spirito di ciò che è stato detto aggiungendo presumibilmente poesia e abbellimenti. Si tratta forse di una pratica volutamente ingannevole e probabilmente appartenente a una categoria diversa da quella innocente del “citare a memoria”, anche se pure quest’ultima contribuisce a perpetuare la cultura della negligenza.

Liberman prosegue facendo l’esempio di una dichiarazione sulla previdenza sociale fatta nell’estate del 2012 dall’allora candidato alla Casa Bianca Mitt Romney e che negli Stati Uniti fu riportata da numerosi quotidiani locali e nazionali. Nessuno la riportò correttamente. Liberman conclude quindi così:

Sembrerebbe che le citazioni dirette nei quotidiani e nelle riviste siano quasi sempre almeno approssimative. Queste approssimazioni sono fatte con dolo? Di solito no. Normalmente capitano perché le citazioni si basano sugli appunti del giornalista e sulla sua memoria. Ma le approssimazioni hanno importanza? Di nuovo, di solito no. Poi, però, c’è una lunga discesa fatta di confusione e pregiudizio che porta a storpiature volutamente fuorvianti e vere e proprie invenzioni, una discesa che a quanto pare Talese molto tempo fa ha deciso di intraprendere.

Eugenio ScalfariUn altro giornalista che ha deciso di discendere lo stesso sentiero è il nostro Eugenio Scalfari. Fondatore e ovviamente ex direttore del quotidiano la Repubblica, Scalfari ha realizzato a fine settembre un’intervista esclusiva con Papa Francesco. Pubblicata sul quotidiano di largo Fochetti il primo ottobre, l’intervista ha ovviamente avuto grande eco nazionale sia per l’eccezionalità dell’evento sia per quanto dichiarato dal Papa nel corso dell’ora e venti di conversazione con il giornalista romano. L’intervista faceva seguito a uno scambio di lettere aperte tra i due, e funzionava perfettamente come chiarimento conclusivo di quel dialogo, tanto che il Vaticano stesso l’aveva ripubblicata sul proprio sito internet.

Papa FrancescoUn mese e mezzo dopo la pubblicazione, però, l’intervista è stata tolta dal sito della sede pontificia. La ragione è molto semplice, e illustrata in un articolo del vaticanista de La Stampa Andrés Beltramo Álvarez: Scalfari aveva ammesso di aver aggiunto frasi inventate alle dichiarazioni di Papa Francesco, specificando però di aver ottenuto il benestare dal Vaticano prima della pubblicazione. Nella lettera di accompagnamento al testo dell’intervista che Scalfari aveva mandato al Papa, il giornalista aveva scritto:

«Consideri che alcune cose che Lei ha detto io non le ho incluse, ed altre che io Le faccio dire tra virgolette, Lei non le ha dette, ma io le ho incluse perché consideravo che, facendole dire certe cose, il lettore poteva capire meglio chi è Lei.»

Ora, al di là del fatto che, come dichiarato dallo stesso Scalfari, né lui né il Papa sono in grado di dire quanto siano accurati alcuni passaggi dell’intervista – dato che Scalfari non solo non usa il registratore, ma non prende neanche appunti – ma com’è possibile che venga considerata con tale leggerezza una pratica così grave come quella di inventarsi le dichiarazioni di un intervistato? Uno così importante, poi? La scusa di Scalfari, la sua difesa, è proprio il fatto di aver avvisato l’intervistato della cosa. Ma sempre di invenzione si tratta, sempre di inganno nei confronti del lettore si tratta. Vista la forma dell’intervista pubblicata, che intreccia domande e risposte con descrizioni e riflessioni personali di Scalfari, non era più corretto che fosse lo stesso Scalfari ad aggiungere con la propria voce le parti che servivano a mettere più a fuoco il personaggio? Possibile che sia ritenuto così normale il contare balle ai propri lettori? E possibile che la cosa sia così diffusa che questa “confessione” da parte di Scalfari sia stata ripresa da pochi giornali, e addirittura che la Repubblica non abbia sentito il bisogno di pubblicare una dichiarazione ufficiale a riguardo?

Personalmente, nel momento in cui viene dimostrato che un giornalista si è inventato parti di un’intervista (perché qui non si tratta di aver “abbellito” o travisato le dichiarazioni, ma proprio di essersele inventata di sana pianta), credo che venga minata la credibilità di tutto il suo lavoro. Anche di quello passato e futuro. Chi mai, d’ora in avanti, metterebbe la mano sul fuoco per la veridicità di quanto scritto da Scalfari in passato? E se mai Scalfari dovesse fare un’altra intervista, a chicchessia, saremmo pronti a scommettere che scriverà esattamente quello che l’intervistato dice? Anzi, peggio ancora: come farebbe l’intervistato a fidarsi del fatto che vedrà pubblicato quello che ha detto veramente e non altro?

Se una testata giornalistica non ha credibilità, le cose che ha non hanno importanza. E’ un dato di fatto.

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Commenti

2 risposte a: “Detto e non detto”

  1. Marco ha scritto mercoledì 1 gennaio 2014 12:35

    Aggiungere, abbellire, tornire il personaggio…tutto bellissimo dal punto di vista di tecnica, forma, resa.
    Temo però purtroppo che bisognerebbe mettere nello studio di ogni giornalista una grossa targa d’ottone con scritto: “Ricordati che tu non fai narrativa”

  2. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 1 gennaio 2014 14:01

    Verissimo. Purtroppo tantissimi giornalisti, anche e soprattutto italiani, badano troppo allo stile rispetto alla sostanza. Qui però, nel caso di Scalfari, mi sa che si va oltre: si ritiene di conoscere l’intervistato e il suo pensiero meglio dell’intervistato stesso, e di avere diritto di manipolare le sue parole secondo le nostre idee. Che il giornale non abbia fatto una rettifica o anche solo una precisazione a riguardo penso sia una cosa vergognosa.

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