Internet è ancora “stampa clandestina”

Scritto da Alberto Cassani mercoledì 2 luglio 2008 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Attraverso la newsletter dell’Agenda del Giornalista vengo oggi a conoscenza della brutta disavventura capitata al giornalista e storico Carlo Ruta. Una vicenda che non ha nulla a che fare con il cinema o con la critica cinematografica, ma che in un blog dedicato alla scrittura giornalistica è più che giusto raccontare.

Nato a Ragusa nel 1953, Ruta nei suoi articoli e nei suoi libri è sempre stato particolarmente attento ai problemi e alla storia della sua Sicilia. Tra le altre cose, ha pubblicato nel 2005 il libro “Morte a Ragusa” sull’omicidio mafioso del giornalista de L’Unità e de L’Ora Giovanni Spampinato, avvenuto il 27 ottobre 1972 per ragioni non chiarite dalla mal gestita inchiesta dell’epoca.
Carlo Ruta, tra le altre cose, curava personalmente Accadde in Sicilia, un sito internet di documentazione storica e sociale a carattere antimafioso. Nel dicembre 2004 è stato imposto l’oscuramento del sito su ordine del magistrato Agostino Fera, secondo cui ci si trovava davanti ad una testata giornalistica a periodicità regolare non registrata in tribunale e quindi illegale. Così Ruta si è trovato sulla testa una denuncia per stampa clandestina.

L’8 maggio 2008, il giudice monocratico Patricia Di Marco del tribunale di Modica ha emesso la seguente sentenza:

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.:
dichiara Ruta Carlo colpevole del reato allo stesso ascritto e, concesse le attenuanti generiche, lo condanna alla pena di euro 150 di multa oltre al pagamento delle spese processuali.

La condanna ha suscitato polemiche da ogni parte perché, tra le altre cose, la polizia postale ha  dimostrato nel corso del processo che gli aggiornamenti del sito non erano mai stati fatti con periodicità regolare. Ruta ha guadagnato la solidarietà di colleghi e uomini politici, che hanno aperto petizioni on-line e  fatto interrogazioni parlamentari sulla vicenda. E ora, tra le altre cose, nasce anche il sito Liberi di Comunicare, che raccoglie i documenti relativi al caso e pubblica interventi e informazioni sulla questione. Perché a questo punto è facile pensare che con l’attuale legge sull’editoria ci voglia molto poco per zittire in modo apparentemente “pulito” le penne che a qualcuno stanno scomode, alla faccia – tra le altre cose – dell’Articolo 21 della Costitizione Italiana:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Articolo che è poi la ragione per la quale mi rifiuto e mi rifiuterò sempre di iscrivermi all’albo dei giornalisti.

Comunque, Carlo Ruta è giunto con questa alla seconda condanna in meno di due anni, e nonostante collabori attualmente con Peacelink e curi personalmente il sito Le inchieste, anche la prima riguardava Accadde in Sicilia. Nell’ottobre 2006, infatti, Ruta fu condannato dal tribunale di Messina a 8 mesi di carcere per il reato di diffamazione, dopo aver pubblicato sul sito l’intervento di un ex funzionario pubblico in merito ad una vicenda “di rilevante interesse locale e nazionale” ma della quale non sono francamente riuscito a trovare ulteriori informazioni. Se è comunque corretta la citazione di una sentenza della Cassazione che fa l’avvocato Massimiliano Cardullo su Peacelink,

In tema di diffamazione la condotta del giornalista che pubblicando un’intervista, vi riporti alla lettera dichiarazioni del soggetto intervistato di contenuto oggettivamente lesivo dell’altrui reputazione è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca a condizione che via sia un interesse alla conoscenza di tali dichiarazioni.

allora non si sarebbe dovuto ignorare che l’ex funzionario intervistato, anch’esso poi condannato a 8 mesi per lo stesso reato, tra le altre cose ha dichiarato in tribunale che Ruta non ha aggiunto né tolto nulla dalla sua dichiarazione, e quindi l’intervista sarebbe dovuta rientrare in quello che la Legge italiana definisce “diritto di cronaca”.

E’ comunque curioso notare, tra le altre cose, che anche questo procedimento penale come già l’altro, è nato da una querela di Agostino Fera. E’ ancora più curioso notare che Agostino Fera nel 1972 fu, tra le altre cose, il magistrato responsabile dell’inchiesta sull’omicido di Giovanni Spampinato.

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