La manipolazione intellettuale dei critici cinematografici

Scritto da Alberto Cassani lunedì 9 marzo 2009 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Lo scorso 3 marzo l’allenatore dell’Inter José Mourinho ha rilasciato in conferenza stampa dichiarazioni di fuoco contro tutto e tutti nell’ambiente del calcio italiano, dichiarazioni che facevano seguito alle polemiche riguardanti il rigore accordato all’Inter nella gara contro la Roma, poi conclusasi col punteggio di 3-3. Mourinho se l’è presa anche e soprattutto con i giornalisti sportivi, a suo dire privi di onestà intellettuale e più interessati a manipolare l’opinione pubblica che a parlare di ciò che è realmente interessante nel mondo del calcio.
Qualche giorno dopo il giornalista di fede nerazzurra Gianluca Rossi torna sulla questione dalle pagine del sito Tutto Mercato Web, commentando le parole dell’allenatore portoghese ed esprimendo la propria opinione sulla classe dei giornalisti sportivi. Tra le altre cose, Rossi scrive:

Per quanto mi riguarda, ho la coscienza a posto: tolti i pochi che dichiarano apertamente da che parte stanno e non si atteggiano a soloni, non ho stima per la mia categoria. Adesso mi darete del classista, ma sono sincero: dei giornalisti di calcio che ho conosciuto, meno del 10% usano con disinvoltura il congiuntivo, meno del 5% ha uno straccio di laurea, meno del 2% conosce i rudimenti di una lingua straniera. Non conosco nessuno davvero al di sopra delle parti. Non lo sono io, lo dichiaro apertamente, e non lo sono soprattutto coloro che ve lo fanno credere. Quindi se Mourinho pensa e parla di manipolatori spara nel mucchio in una categoria in cui oggi è difficile distinguere i giornalisti dai tifosi. Come in tutte le professioni, anche tra i giornalisti ci sono i buoni e i cattivi, come ci sono buoni e cattivi architetti, e cosi via. Su questo però l’ultima parola spetta al pubblico e non a Mourinho che è liberissimo di pensarla come vuole.

La categoria dei critici cinematografici non è poi molto diversa, per lo meno per quello che ho potuto vedere io. Quando iniziai a frequentare le anteprime stampa di Milano, nel novembre 2001, trovai un ambiente con un’età media molto più giovane di quello che mi aspettavo, ma scoprii anche un sottobosco di gente che al cinema non è interessata più di tanto e che se ne occupa solo perché vuol fare esperienza per poi trovare un posto nel giornalismo “serio”. Ma mi ritrovai anche seduto accanto a gente ormai in pensione ma che non ci pensava neanche a smettere di scrivere e che  magari, pur con una gloriosa carriera alle spalle, alla prima conversazione dimostrava di non avere idea di cosa fosse il cinema e di come lo si facesse. Mi ritrovai anche seduto accanto a gente che cadeva addormentata sui titoli di testa per risvegliarsi solo su quelli di coda, riuscendo comunque ad esprimere un parere sul film non visto e persino a scriverne una recensione, se è per questo…

Dal 2001 ad oggi le persone che frequentano l’ambiente delle anteprime milanesi sono molto cambiate, sono cambiate quasi tutte, ma la cosa curiosa è che non sono stati i “vecchi” ad andarsene, ma i “giovani”. Ho visto un sacco di ragazzi neo-laureati venire alle anteprime per qualche mese mentre facevano uno stage in questo o quel portale e poi cambiare settore alla prima occasione, o essere costretti a farlo. Ho però visto anche un sacco di ragazzi simpatici e intelligenti rivelarsi dei semianalfabeti una volta seduti davanti ad una tastiera, e mi chiedo come sia possibile che i loro siti internet non facciano nemmeno le correzioni grammaticali più ovvie prima di mettere on-line i loro scritti, o come facciano i lettori ad arrivare alla fine di certi loro deliri linguistici. Mi sono sentito dire che «la regia è un particolare tecnico», e quindi le caratteristiche comuni ai film dello stesso regista sono casuali, e mi sono sentito dare del maleducato per aver detto ad una collega più giovane di tenere spento il cellulare durante la proiezione perché dava fastidio. E mi sono anche sentito dire che la proiezione non poteva iniziare nonostante l’orario previsto fosse passato da più di un quarto d’ora perché dovevamo aspettare che arrivasse un certo giornalista…

Mediamente, il livello di conoscenza tecnico-storica che del cinema ha chi scrive di cinema è da mani nei capelli, ma forse peggio ancora è la sufficienza con cui si scrive. Se infatti molti (ma non tutti) dei critici più esperti hanno col tempo imparato a scrivere di cinema mascherando perfettamente la loro inadeguatezza, quasi nessuno ha voglia di andare a documentarsi quando il film di cui devono scrivere è attinente qualcosa che loro già non conoscono. Quanti hanno cercato informazioni sull’esperimento che sta alla base del recente “L’onda“, al di là di quanto scritto nel press-book? Pochi. Quanti, dopo aver visto “Munich” e/o “Un giorno a Settembre“, saprebbero dire cos’è successo, dal punto di vista sportivo, alle Olimpiadi del 1972? Quasi nessuno. La sottovalutazione elevata a stile di vita, a deontologia professionale. Una dimostrazione recente ce l’ha data, ad esempio, Maurizio Porro. Nella sua recensione di “Watchmen” per Il Corriere della Sera, infatti, Porro esordisce scrivendo:

Sarà anche che questo prolisso fumetto fantasy tratto dal solito presunto cult graphic novel di Moore-Gibbons, smonti il super eroe e ribalti la storia, ma il film di Snyder (“300“) non lo dimostra, visionario solo di buio ed effetti speciali. Dice bene Hollywood Reporter: lungo, confuso, senza anima.

Già il fatto che per esprimere il proprio parere in una recensione breve come la sua ha sentito la necessità di citare la recensione di qualcun altro – che peraltro i suoi lettori non possono leggere – non mi sembra una grande idea. Definire poi il “Watchmen” di Moore e Gibson il «solito presunto cult graphic novel» dimostra in pieno come non solo Porro non abbia idea di cosa sia “Watchmen”, ma non si sia neanche preso la briga di andare a controllare: significa “mi hanno detto che è un cult, ma io non l’ho mai sentito nominare”. E questa è purtroppo la normalità, nell’ambiente della critica cinematografica. Manca generalmente la voglia di fare qualcosa in più del minimo indispensabile, e manca l’onestà di ammettere – con se stessi innanzi tutto – di non sapere qualcosa e di doverselo studiare.

Onestà intellettuale ne ho sempre vista poca, nell’ambiente, ma francamente non so dire se sia per ipocrisia, opportunismo o mera incapacità intellettiva. O magari solo per un punto di vista a mio parere sbagliato.
Un paio d’anni fa, discutendo del nostro lavoro con un amico e collega lo sentii dire che quando scrive una recensione si pone “un problema morale”, perché se scrive una stroncatura «nel mio piccolo, sposto dei soldi» e quindi stempera i toni cercando di non dissuadere totalmente il lettore dalla visione. Per come la vedo io, questo “problema morale” il mio amico lo interpreta in maniera totalmente sbagliata. Se lui scrive una stroncatura non sposta alcun soldo, perché i suoi lettori non vanno a vedere il film e quindi i soldi rimangono fermi nel loro portafogli. E’ quando scriviamo recensioni positive che (si spera) spostiamo dei soldi, quando convinciamo i nostri lettori a pagare il biglietto e andare a vedere il film invece di andare al pub a bere una birra con gli amici. Cercare sempre di portare il lettore ad andare al cinema è sbagliato, perché non tutti i film meritano il loro tempo e i loro soldi. Nel momento in cui ci preoccupiamo più del bilancio delle case di produzione o del lavoro di chi fa cinema invece che dei nostri lettori, allora secondo me stiamo facendo il nostro lavoro molto male. E’ come, per tornare al calcio con cui ho aperto l’articolo, se un giornalista sportivo scrivesse sempre lodi di questo o quel giocatore invece di pensare a raccontare ai suoi lettori com’è andata davvero la partita. Onestà intellettuale: zero.
Ma come ho detto, non sempre l’opposto è disonestà intellettuale: nell’ambiente della critica cinematografica c’è davvero della gente che non è in grado di capire la differenza. Il mio amico – il cui nome non cito perché mi riferisco ad una conversazione privata – non mette “l’industria” prima del lettore per guadagnarci qualcosa, è davvero convinto di essere nel giusto, di interpretare il nostro lavoro nel migliore dei modi. E secondo me si sbaglia di grosso – esattamente come lui  pensa che sia io a sbagliare a non stemperare mai i toni delle mie recensioni negative. Ma come scrive Gianluca Rossi, chi siano i buoni e chi i cattivi critici devono deciderlo i lettori.

Poi, però, come nell’ambiente del giornalismo sportivo anche in quello della critica cinematografica ci sono quelli che davvero sono intellettualmente disonesti: quelli che esprimono un’opinione su qualcuno o qualcosa e si rifiutano a priori di cambiarla, come anche quelli che hanno degli amici nell’industria e si rifiutano di esprimere un parere sul loro lavoro che non sia entusiasta. Ci sono quelli che ammettono tranquillamente di aver già scritto la recensione prima di vedere il film, quelli che a te dicono una cosa e al regista ne dicono un’altra, quelli che recensiscono positivamente un film perché vogliono il DVD di un classico pubblicato dalla stessa casa di distribuzione, quelli che copiano le recensioni degli altri e quelli che si inventano le interviste e pensano di farla franca… Ma questa – come si suol dire – è un’altra storia…

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Commenti

9 risposte a: “La manipolazione intellettuale dei critici cinematografici”

  1. spaceodissey ha scritto mercoledì 11 marzo 2009 12:42

    Post molto interessante. Ma mi sembra sbagliato il target. Il tuo e quello dell’allenatore dell’Inter. Davvero vogliamo parlare di onestà intellettuale nella nostra società? Non mi riferisco al mondo della critica cinematografica (che conosco poco) o a quello del pallone (che non conosco per niente), ma proprio a tutta la nostra società: dai livelli più alti, a quelli più bassi. C’è onestà intellettuale in chi ci governa? C’è nell’operaio che va al lavoro in fabbrica al mattino? Cosa dovrebbe fare il ministro del lavoro? Andarsi a scusare con i cassaintegrati dopo aver detto che in Italia la crisi colpirà poco? Cosa dovrebbe fare l’operaio che va al lavoro al mattino? Seguire alla lettera le regole sulla sicurezza quando il suo capo lo minaccia ogni 5 minuti di licenziamento se non finisce il lotto entro sera?

    Forse i tuoi colleghi critici sarebbero più onesti intellettualmente se dicessero: “Mi pagano per scrivere di cinema: è un lavoro facile, non faccio fatica, vedo un sacco di gnocca e mi vedo i film aggratis”, ma cambierebbe ben poco.
    Ognuno interpreta il suo lavoro come meglio crede, o come gli torna più comodo, che poi è la stessa cosa. Ci si può battere affinchè la critica sia indipendente e scriva quello che davvero pensa dei film, oppure si possono fare le marchette, pagati e omaggiati dalle case di produzione.

    Non che io ci veda un grande scandalo: come dicevo tutta la nostra società è organizzata in questo modo e se un commerciante tenta di avere il massimo guadagno possibile dal suo lavoro non vedo perchè non lo debba fare un giornalista. In quest’ottica non mi scandalizza nemmeno il fatto che il giornalista non si informi più di un tanto su “da dove arriva un film”: già il fatto che legga il pressbook è qualcosa.
    Come dicevi tu, in molti arrivano in sala già sapendo quale sarà la recensione che faranno. Si può non essere d’accordo con questo metodo, si può dire che questo non è giornalismo. E io sono d’accordo.
    Ma non posso nemmeno biasimare il giornalista che critica in maniera positiva il lavoro del suo amico o che gli da più risalto.

    Esprimi un’altro punto interessante, sul quale non sono del tutto d’accordo:
    “Cercare sempre di portare il lettore ad andare al cinema è sbagliato, perché non tutti i film meritano il loro tempo e i loro soldi”. Non tutti i film meritano il mio tempo e i miei soldi, su questo sono d’accordo. Ma è anche vero che un film che a te è piaciuto (supponiamo “Still life”) per un presidente di giuria potrebbe essere un capolavoro, o viceversa. Naturalmente non è possibile trovare un critico con il quale si va sempre e comunque d’accordo, al massimo si può trovare un critico di cui ci si fida un po’ di più di un’altro.
    Per fare un esempio: io di te -e di cinefile- mi fido. Leggo la recensione di un film che è negativa. Vedo il film in TV, qualche anno dopo e scopro che mi piace tantissimo. E rimpiango di non essere andato al cinema. Oltre ad aver tolto soldi all’industria, hai pure reso più scettico un lettore.
    Non sto dicendo che abbia ragione il tuo amico e si debba sempre e comunque spingere la gente al cinema, ma che forse una recensione dovrebbe mettere il lettore in grado di decidere se un film gli può piacere o meno, indipendentemente dal giudizio del critico.

    C’è gente a cui è piaciuto davvero “Still life”. Il lavoro del critico dovrebbe essere: “A me ha fatto schifo. Questi sono gli elementi principali del film. Adesso scegli tu se dedicargli tempo e soldi”.

  2. Fabrizio ha scritto mercoledì 11 marzo 2009 19:26

    Direi che, nel giornalismo sportivo, il più clamoroso e manifesto esempio di disonestà e prostituzione intellettuale è Maurizio Pistocchi. Parla solo per partito preso, in maniera davvero fastidiosa quando non scandalosa, facendo sempre il bastian contrario. L’obiettività per lui non esiste, il problema è che non riesce neanche a nascondere il tutto decentemente, a differenza di altri. Senza contare il suo cuor di leone nell’attaccare gli intervistati. Ci riesce solo con i rappresentanti di piccole squadre, e allora lì riesce addirittura a fare il moralista. Quando arrivano i pezzi grossi (anche non milanisti), ogni proposito di critica arcigna precedentemente millantato scompare e diventa un agnellino. Prima o poi qualcuno gli metterà le mani addosso.

    Leccaculo di professione, senza ritegno. Tutti devono campare, è vero, ma non c’è bisogno comunque di arrivare a questi livelli di faziosità nascosta e disonestà intellettuale. ci vuole una mezza misura, nel giornalismo sportivo come in quello cinematografico, se proprio non se ne può fare a meno.

  3. Alberto Cassani ha scritto venerdì 13 marzo 2009 16:45

    E’ vero che tutti devono campare, ma non c’è scritto da nessuna parte che devono farlo lavorando come giornalisti…

    E’ vero anche che genericamente la nostra società non sa neanche come si scrive, “onestà intellettuale”, però uno si aspetterebbe che a dare il buon esempio siano determinate categorie di persone, come appunto i politici o i giornalisti. E invece, proprio loro…

    Quando vivevo a Bologna nei primi anni Novanta ebbi modo di parlare con il cronista sportivo di un giornale di Ferrara, che mi disse chiaramente di non poter dare delle insufficienze in pagella ai giocatori della Spal, perché altrimenti questi si sarebbero rifiutati di parlare con lui. A questo punto, mi chiedo, che senso ha non fare le pagelle? Perché devi prendere per il culo i tuoi letori? Non farle e basta, così salvi il lavoro e la faccia…
    Nel cinema succede spesso la stessa cosa, c’è un sacco di gente che si rifiuta a priori di parlar male di questo film o questo personaggio perché hanno paura di smenarci. E così ci smenano i lettori.

    So benissimo che ognuno ha i suoi gusti, ma non trovo sia corretto inseguire ad ogni costo il pubblico. Rispettarlo sì, ma non inseguirlo. Se a me un film non è piaciuto è giusto pormi il problema di quanto potrebbe piacere al pubblico, e a che pubblico potrebbe piacere, ma devo sempre partire dal fatto che a me non è piaciuto. C’è il mio nome alla fine dell’articolo, non quello di un qualunque altro spettatore, e non vedo perché dovrei esprimere in una recensione delle opinioni che non mi rappresentano. Eppure, come ho scritto, molti lo fanno, per le ragioni più diverse.
    Certo, se stronco un film poi magari il non-spettatore mi rinnega, ma mi sento di dire che è più probabile che uno spettatore mi rinneghi perché l’ho mandato a vedere un brutto film. Ma stiamo parlando di una stroncatura, non di una semplice recensione negativa: i film in cui davvero non si salva niente sono pochissimi, per fortuna, e non vedo proprio perché dovrei difenderli. Perché dovrei difendere “Tre metri sopra il cielo”, che m’ha fatto cagare? Io non sono contento se un brutto film guadagna dei soldi, perché vuol dire che un sacco di gente ha visto un brutto film, e magari in quell’unica occasione in cui va al cinema nel corso dell’anno, perdendo quindi la possibilità di vederne uno bello. Certo, i film “artistici” si fanno soprattutto con i soldi guadagnati dai film “popolari”, ma non c’è scritto da nessuna parte che i film “popolari” debbano essere brutti…
    Poi è chiaro che una recensione dovrebbe sempre permettere al lettore di farsi un’idea del film, e di fargli capire su quali punti potrebbe non essere d’accordo con chi scrive. Ma ciò non toglie che dovrebbe esprimere il punto di vista di chi scrive.

    Ad ogni modo, quello che non capisco è perché la gente che affronta il lavoro di critico cinematografico con così poca serietà (ad esempio, la recensione di “Watchmen” di Nepoti su Repubblica è sciatta quanto quella di Porro sul Corriere) non vada a fare qualcosa d’altro, che sicuramente guadagnerebbe più soldi. Mah…

  4. spaceodissey ha scritto lunedì 16 marzo 2009 10:53

    Mah, a me pare che i critici cinematografici siano seri quanto qualsiasi altra categoria. Ovvero: ci sono quelli seri, e quelli meno seri.

    Io non so come funziona il lavoro del critico ma immagino funzioni come qualsiasi altro lavoro. Ovvero: se hai bisogno di soldi devi fare quello che ti dicono gli altri, se non ne hai bisogno fai quello che vuoi. Perchè parlare bene di tre metri sopra il cielo? Perchè te lo impone il “capo” che ha ricevuto sostanziosi aiuti economici dalla casa di produzione, ad esempio.

    Quanto al pubblico: il discorso è complesso. Se un film viene visto da 10 milioni di persone è un successo, ma non è detto che sia un bel film. Chissenefrega delle critiche che riceve, il produttore ne farà sicuramente un sequel anche se i critici l’hanno stroncato. Nell’industria cinematografica moderna, il critico ha una funzione del tutto accessoria, credo che ne abbiamo già parlato. Il critico può stroncare fin che vuole “La guerra dei mondi”, ma fino a quando il pubblico continuerà a dire che quello è un film “di” Tom Cruise lo andrà a vedere.
    Puoi esaltare finchè vuoi “2001”, ma fino a quando il pubblico sarà interessato all’azione continuerà a preferirgli “Matrix” o “Guerre stellari”.

    Non c’è scritto da nessuna parte che i film popolari debbano essere brutti, è vero, ma mettiti nei panni dei produttori. Hai un film tratto da un libro di successo, hai un protagonista maschile molto popolare, hai una protagonista femminile molto popolare e gnocca: davvero frega qualcosa a qualcuno di chi dirige il film? Lo posso dirigere anch’io che il successo e i soldi sono garantiti comunque. Senza contare che io costo al produttore molto meno di quanto costerebbe Salvatores. Che dirigerebbe sicuramente infinitamente meglio di me, ma il pubblico, se ne accorgerebbe?

  5. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 18 marzo 2009 18:34

    Il punto è proprio questo: il pubblico se ne frega di cosa scrivono i critici, e allora perché non scrivere quello che si pensa veramente? E perché pagare qualcuno per scrivere qualcosa che non cambierà l’esito economico del film? Sono due cose che non capisco, ma mi rendo conto che ognuno si comporta come meglio crede.

    Io personalmente non accetteri mai di associare il mio nome ad opinioni diverse dalle mie, non potrebbero mai pagarmi abbastanza per accettare di farlo. Dobbiamo scriver bene di questo film? Facciamolo, lo faccio io stesso, ma non ci metto il mio nome. Piuttosto vado a fare un altro lavoro, visto che tanto il mio non potrei farlo comunque. Però, appunto, ognugno si comporta come pensa sia giusto.

    Stessa cosa per il fatto di parlare necessariamente bene del lavoro degli amici. Per molti è una cosa normale, per me no. Io parlo bene degli amici che se lo meritano, non li difendo professionalmente se penso che stiano sbagliando. Su CineFile non scrivono dei miei amici perché sono miei amici, scrive della gente che penso sia in grado di fare un buon lavoro. Una cosa è l’amicizia, un’altra il lavoro, e non sono disposto a mettere in gioco la mia credibilità per qualcuno che ritengo professionalmente non lo meriti. Eppure, questo mio atteggiamento molti non lo capiscono. Io invece non capisco il loro.

    A smenarci, in entrambi i casi, sono i lettori. Che è vero che si fanno toccare poco dalle opinioni dei critici, però le leggono, e si trovano davanti opinioni false espresse da gente impreparata. E quindi, di rimando, ci smena anche la credibilità di tutta la categoria.

    E cambiando argomento, che nell’altra risposta mi sono dimenticato, Maurizio Pistocchi è il prototipo dell’italiano medio. Pistocchi è il raccomandato per eccellenza: faceva da dirigente accompagnatore del Parma di Arrigo Sacchi ed è andato a lavorare a Mediaset quando Sacchi è passato ad allenare il Milan. E’ il tipico aziendalista che si convince di pensarla davvero come gli dicono che la deve pensare, che alza la voce quando parla da solo ma si zittisce se appena appena gli viene il dubbio che qualcuno potrebbe lamentarsi di lui con il suo padrone. Ed è sempre questa gente che fa carriera, e continuerà a farla.

  6. Lessio ha scritto sabato 28 marzo 2009 16:11

    sto scrivendo la mia tesi di laurea proprio sulla figura del critico cinematografico, trovo il tuo post molto interessante e pieno di ottimi contenuti, che condivido.
    sono d’accordissimo con te soprattutto su ciò che hai scritto della recensione di watchmen di porro, non ho letto però quella di nepoti.
    truffaut ne i 7 peccati capitali della critica la pensava più o meno allo stesso modo! :)

    quando vado alle anteprime a volte mi sento anche io molto a disagio, ti cito un esempio per restare in tema con il tuo post:
    alla conferenza stampa di operazione valchiria tom cruise stava parlando della discussione legata al suo personaggio, che il film sembra esaltare troppo. si parlava dunque di guerra, di nazismo, quando all’improvviso una giornalista si è alzata e ha domandato all’attore cosa ama nelle donne… mi sono cadute le braccia.
    ormai certa critica pensa più al lato divistico o commerciale che al lato storico/artistico di un film, una brutta e triste piega che sta prendendo la nostra critica, che spesso appare disinteressata e quasi disamorata del cinema: molti giovani – e mi metto in mezzo – probabilmente sono ancora acerbi, ma sicuramente più appassionati e vogliosi di molti dinosauri che si occupano di cinema sui giornali italiani.

    tornerò a trovarti, a presto

  7. Alberto Cassani ha scritto martedì 31 marzo 2009 12:23

    Grazie ancora per i complimenti, Lessio. Attento però a non confondere tra giornalisti che si occupano di cinema e critici cinematografici. La maggior parte delle persone che presenziano alle anteprime stampa non sono critici, ma giornalisti che scrivono dell’universo cinema ma non dei film in quanto tali. E’ poco piacevole ugualmente, vedere che quando i quotidiani e le riviste si occupano di cinema lo fanno trattando esclusivamente di colore quando non di gossip, ma è una cosa che succede anche in altri campi. La giornalista di cui parli, cui poi magari piace moltissimo quello che fa, aveva delle direttive precise sul tipo di intervista che avrebbe dovuto pubblicare, quindi doveva fare un certo tipo di domande. Vero, però, che avrebbe potuto aspettare un momento più adatto…

    Il “conflitto generazionale” tra i critici navigati e quelli più giovani è molto forte, ma mi chiedo se poi i lettori si accorgano della differenza, visto che gli “anziani” scrivono su testate importanti e con lettori di età sensibilmente più alta rispetto a quelli di riviste e siti internet. E’ verissimo quello che dici, comunque, che i giornalisti più anziani sono disamorati del cinema. Ma la realtà è ancora più complessa, perché quasi tutta la generazione di critici che ci ha cresciuto si è accupata di cinema perché ha dovuto farlo, non perché ha voluto farlo. Quando da giovani sono arrivati nella redazione di un qualche giornale li hanno messi a scrivere di cose poco importanti, ossia il cinema. E lì magari sono rimasti per volontà loro, oppure semplicemente perché i direttori apprezzavano il loro lavoro e/o non li trovavano sufficientemente bravi per fare altro.
    E’ una cosa che vedo ancora adesso, però: a Milano arrivano un sacco di neo-laureati, magari allo IULM di Canova, che fanno uno stage in qualche sito internet e vengono messi per un paio di mesi a scrivere di cinema con l’unico scopo (loro e dei loro capi) di fare esperienza per poi passare a cose più importanti.

    E’ vero, però, che i ragazzi che vogliono provare a fare critica sono sicuramente più appassionati dei critici navigati, e probabilmente anche dei critici navigati quand’erano giovani. Lo vedo anche solo dal numero di ragazzi che mi contattano per questo quel motivo perché stanno preparando una tesi sulla critica cinematografica… Però ovviamente i giovani sono acerbi, e non sempre hanno la voglia e la capacità di maturare. Non sono curiosi, non sempre hanno voglia di lavorare per imparare. Il che non vuol dire leggere tutti i testi sul cinema pubblicati in Italia, ma semplicemente approfondire l’argomento del film che hai visto per poterlo spiegare ai lettori con cognizione di causa. E’ anche per questo che alla fine le recensioni finiscono per essere un po’ tutte omologate, perché visto che nessuno ne sa niente di più di quanto c’è scritto sul press-book si finisce che anche qui ha ancora ragione Truffaut: il primo che parla ha ragione, e tutti gli altri dietro.

  8. Alessandro Gaggero ha scritto mercoledì 13 gennaio 2010 20:28

    Scrivo recensioni (o più che recensioni sono delle riflessioni, visto che non mi piace dare il “canonico” voto) sul sito che ho inserito (non è una testata giornalistica, ma un sito amatoriale gestito da amici) e vorrei chiederle se, quando ha tempo, avesse voglia di leggere qualche mio scritto. Ho molta voglia di imparare e da quanto ho letto so che lei saprà donarmi delle critiche costruttive.
    La ringrazio molto e mi complimento per il blog.

  9. Alberto Cassani ha scritto lunedì 25 gennaio 2010 14:42

    Alessandro, le recensioni che hai scritto sono un po’ poche per permettermi di dire qualcosa sul tuo lavoro in generale. Però mi sento di farti due appunti sul modo in cui scrivi.

    Innanzi tutto dovresti scegliere una linea stilistica e provare a seguirla, invece mi sembra che ogni recensione faccia storia a sé, per il modo in cui è impostata e scritta. Peraltro anche all’interno della stessa recensione, dovresti cercare di dare un’unità di linguaggio: o scrivi in maniera colloquiale o scrivi in maniera formale, invece alle volte salti da un modo all’altro. Per fare un esempio banale, in quella di “Parnassus” che Ledger “pur non avendo regalato emozioni pari a quelle del cattivo DC è stato, a parer di chi scrive, di gran lunga più bravo fra tutti gli attori del film”. Solo che poi aggiungi “E non credo di esagerare”, che non ha niente a che vedere col “parere di chi scrive”. O scrivi “a mio parere” o non metti “e non credo di esagerare”.

    L’altra cosa riguarda invece il tipo di analisi che fai. In pratica, per quello che ho letto, in ogni recensione ti concentri sempre su un solo aspetto filmico – una volta gli attori, una volta il regista – invece di analizzare il film nella sua interezza. Sarebbe decisamente meglio – sia per completezza che proprio per interesse e utilità di lettura – limitare il discorso sull’argomento principale ma trovare lo spazio per parlare anche di altre cose. Possibile che, sempre in “Parnassus”, non c’era niente da dire sulla regia (e magari la carriera) di Terry Gilliam? Possibile che gli attori di “Bastardi senza gloria” non meritassero neanche un aggettivo? L’unica volta, tra quelle che ho letto, in cui l’hai fatto è la recensione di “Drag Me to Hell”, dove però non sei riuscito a dare scorrevolezza al testo creando un filo logico nel passaggio da un argomento all’altro. Anzi, l’hai fatto anche con “La Casa 2″, ma in generale coi film vecchi è più facile perché si conosce meglio l’argomento.

    Comunnque, in generale penso dovresti cercare un approccio più preciso, anche perché nel mare di internet i siti di recensioni sono millemila e farsi notare è quasi impossibile.

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