L'emarginazione della critica cinematografica

Scritto da Alberto Cassani lunedì 24 marzo 2014 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Quando c’era BerlinguerSettimana scorsa è stato presentato alla stampa il documentario di Walter Veltroni dedicato all’ex segretario del PCI Enrico Berlinguer, Quando c’era Berlinguer. Oggi il sito internet di CineCritica – ossia l’organo ufficiale del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – ha pubblicato oggi una mail di Michele Anselmi in cui il critico del Secolo XIX si lamenta del diverso trattamento ricevuto da lui e da altri giornalisti rispetto ad una “casta di eletti” (sono parole mie) che ha avuto la possibilità di vedere il film in una proiezione supersegreta con alcune ore di anticipo rispetto agli altri, che hanno permesso loro di poterne scrivere per i giornali che sarebbero andati in edicola la mattina dopo.

Non è certo una novità, questa. Le case di distribuzione e gli uffici stampa hanno probabilmente da sempre l’abitudine di dividere i critici in gruppi di importanza, e di gestirne l’accesso alle anteprime a seconda di questi gruppi. Una volta si organizzavano (quando si poteva) due proiezioni diverse a seconda della periodicità della testata per cui si scrive, perché ovviamente chi scrive ad esempio per un mensile deve consegnare l’articolo prima di un quotidianista; oggi invece l’anteprima stampa è quasi sempre una sola ma un ristretto e ben selezionato gruppo di giornalisti ha spesso l’opportunità di vedere il film prima degli altri in una proiezione riservata.

Non chiamiamola discriminazione, ma certo è un comportamento antipatico e irrispettoso.

Così Anselmi definisce la cosa, sottolineando anche come l’esistenza della proiezione riservata era stata tenuta segreta. In effetti ho avuto modo in più di un’occasione di notare come gli uffici stampa diano al termine “riservato” il significato di “segreto”. «Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club.» Perché? Probabilmente perché altrimenti la gente si lamenta e tocca arrampicarsi sugli specchi per giustificarsi (come ha fatto Veltroni al telefono con Anselmi), ma una volta mi sono sentito rispondere che «altrimenti i giornalisti ci chiamano e noi perdiamo tempo a spiegare le cose». Perché ovviamente dialogare con i giornalisti per un ufficio stampa è tempo perso…

In una mail che ha mandato a Veltroni per lamentarsi della cosa, anch’essa pubblicata dal sito di CineCritica, Anselmi scrive anche che…

Trovo tutto questo offensivo e pure meschinello, anzi miserabile. […] L’aria fetida che tira nel Paese è il risultato, mi dispiace dirtelo Walter, anche di questi modi irriguardosi, scomposti e “amichevoli” di concepire la semplice promozione di un film, tanto più un documentario di questo tipo. […] Non dovrebbero esserci giornalisti di serie A e di serie B. Non si dovrebbe così umiliare la professionalità, o quel che ne resta, dei colleghi. Dei tuoi colleghi, caro Walter.

L’SNCCI ha risposto pubblicamente alla lamentela di Michele Anselmi dichiarando tra le altre cose che questo «è l’ultimo episodio di un degrado culturale tutto italiano che riguarda l’informazione giornalistica nel suo insieme e, con particolare asprezza, l’esercizio della critica cinematografica.» Il sindacato fa notare, infatti, che…

[…] le case di distribuzione e gli uffici stampa nel promuovere i loro film privilegiano, rispetto al parere del critico cinematografico, il “punto di vista” dello specialista di altre materie […]. La riflessione sul linguaggio, la qualità estetica, la forma del racconto è ritenuta problema del tutto secondario. Si preferisce la dissertazione dotta, la chiacchiera disinvolta, l’aneddotica quasi sempre autoreferenziale.

E anche questa è un’abitudine che dura ormai da anni, tanto che – a seguito di una serie di articoli scritti per diverse testate da gente per la quale il cinema non è l’argomento principale del proprio lavoro – nel novembre 2011 Il Secolo XIX pubblicò in prima pagina un articolo sull’argomento. E fu proprio Michele Anselmi a scriverlo.

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