Trova le differenze…

Scritto da Alberto Cassani giovedì 13 novembre 2008 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Secondo quanto riporta il forum di Adunanza, la Commissione Cultura della Camera sta lavorando ad una proposta di Legge su iniziativa del deputato Ricardo Franco Levi per disciplinare il settore dell’editoria e arrivare ad un testo di Legge unico in materia di editoria. Ovviamente, editoria anche elettronica. Levi aveva già lavorato ad un testo molto simile a quello attuale sotto l’ultmo governo Prodi, testo che fu approvato da Consiglio dei Ministri ma non fece in tempo ad essere approvato dal Parlamento prima che il Governo cadesse. In sostanza, secondo il testo in lavorazione, “qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso” dovrà essere iscritto al Registro degli Operatori di Comunicazione, tranne “i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”.
In pratica vuol dire che un sito internet a cui lavorano più persone, come CineFile, ha l’obbligo di iscriversi al ROC. Ma secondo l’interpretazione di alcuni (compresa l’Agenzia delle Entrate), anche i blog gestiti da una persona sola ma che generano lucro attraverso i banner pubblicitari sono da considerare “organizzazione imprenditoriale”, perché ovviamente sui guadagni dei banner ci paghiamo le tasse. Quindi, secondo molti questa Legge sarebbe una sorta di censura nei confronti della libera informazione elettronica, perché a questo punto qualunque blogger potrebbe essere denunciato per diffamazione a mezzo stampa. Però, per come la vedo io (ma posso sbagliarmi) è anche una sorta di certificato di professionalità per chi svolge lavoro giornalistico su internet. Perché purtroppo molte persone non hanno ancora ben capito che internet non è la terra del fai-come-ti-pare.

Questa lunga premessa riguardo la legge sull’editoria, in effetti, è solo un pretesto per parlare di come tanti non abbiano ancora capito che se una cosa è pubblicata su internet invece che su una rivista cartacea, non vuol dire che è di pubblico dominio. Se io scrivo un articolo su CineFile lo faccio perché la gente lo legga, ma questo non vuol dire che chi lo legge ne diventa proprietario e può farne ciò che vuole. Non tutti i  siti sono Wikipedia, e non tutti i testi sono pubblicati su internet sotto la licenza Creative Commons, eppure ben pochi si fanno scrupoli al momento di prendere un testo altrui e ripubblicarlo dove più gli aggrada, spesso senza citarne la fonte. A me è capitato innumerevoli volte di trovare articoli miei, o comunque presi da siti da me curati, in luoghi dove non avrebbero dovuto essere.

Però, alle volte accadono anche cose ben più gravi. Alle volte capita che qualcuno prenda dei testi letti su internet e li faccia passare per suoi. Certo: capita abbastanza spesso di condividere i concetti di qualcun altro e quindi farli propri, anche se sarebbe meglio spiegare sempre da dove “l’idea” ci è venuta, però ogni tanto succede anche che qualcuno riporta un testo quasi parola per parola e se ne prende la paternità. Magari pensando semplicemente che se è su internet allora è di pubblico dominio… E’ successo un paio di mesi fa agli amici del sito Gli Spietati.

Nella sua recensione ad “Halloween: the Beginning” del 5 gennaio 2008, Gianluca Pelleschi scrive:

(…) la sceneggiatura colma le ellissi del film di Carpenter adagiandosi su stanchi topoi delinquenziali (la non-famiglia disastrata, la sociopatia, le vessazioni dei bulli della scuola) per proseguire su binari altrettanto prevedibili (la detenzione del piccolo Michael, il rapporto col Dr. Loomis) fino alla sezione schiettamente remake, sostanzialmente fedele all’originale ma apparentemente poco “sentita” e piuttosto ordinaria, sia dal punto di vista puramente effettistico-splatter che, soprattutto, registico e narrativo (…)
(…) Restano, si accennava, alcune cifre registiche del Nostro, così come zombie-ane ci paiono alcune crudeltà inattese (l’uccisione del “carceriere buono”), le sferzate di humour sguaiato (la sequenza con protagonista Grizzly) e la scelta delle musiche (…)

Immagino la curiosità con cui il buon Pelleschi, sfogliando il numero 253 di Segnocinema, si è messo a leggere la recensione del film di Rob Zombie scritta da Marcello Garofalo. Per lo meno fino a quando non è arrivato a questi passaggi:

(…) Rob Zombie colma le ellissi del film di Carpenter adagiandosi su manierati topoi delinquenziali (la non-famiglia disastrata, la sociopatia, le vessazioni dei bulli della scuola) per proseguire su binari altrettanto usurati (la detenzione  del piccolo Michael, il rapporto col Dr. Loomis) fino alla sezione remake, sostanzialmente fedele all’originale ma apparentemente poco “sentita” e piuttosto ordinaria, sia dal punto di vista puramente orrorifico-splatter che, soprattutto, compositivo.
(…) a favore restano alcune crudeltà inattese (l’uccisione del “carceriere buono”), le sferzate di humour triviale (la sequenza con protagonista Joe Grizzly, assassinato mentre si trova seduto sul gabinetto) e la scelta delle musiche (…)

Vogliamo far finta che Garofalo non si sia reso conto che il sito da cui stava “prendendo spunto” non conteneva informazioni di pubblico dominio ma lavori di concetto protetti dal diritto d’autore? Va bene, facciamo finta. Perché se è così, la sua è solo disattenzione e sottovalutazione di un mezzo di comunicazione come internet (oltre che ignoranza verso di un sito interessante come quello degli Spietati). Se invece non è così, se per caso lui ha letto il disclaimer del sito…

Rivista telematica senza scopo di lucro, a   diffusione gratuita. “Gli Spietati” può essere scaricata, letta, caricata su altre bbs e copiata senza limiti. I testi e le illustrazioni sono proprietà dei rispettivi autori e non possono essere utilizzati interamente o in parte senza autorizzazione.

…allora quello che ha fatto è una cosa ben più grave.

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Commenti

19 risposte a: “Trova le differenze…”

  1. Fabrizio ha scritto mercoledì 19 novembre 2008 23:13

    Beh, non credo che alla fin fine qualunque blogger potrebbe essere denunciato. Se col blog non ci guadagna e opera individualmente, la fattispecie “organizzativa imprenditoriale” non sussiste. Quindi in teoria, a meno di non andare a cercare il pelo nell’uovo per rompergli le scatole, costui non dovrebbe essere tenuto all’iscrizione al Registro anche se la sua è un’attività continuativamente. Del resto, penso che anche tu, pur avendo dei collaboratori per CineFile, non ci guadagnassi con i banner potresti astenerti dall’iscriverti. Perchè ci sarebbe il presupposto dell’organizzazione ma non lo scopo di lucro, e il concetto di “imprenditore” a livello legislativo prevede entrambe le cose.

    Ad ogni modo dev’essere una scocciatura per te… Come ti sei organizzato?

    Impressionante invece l’episodio della scopiazzatura. Al di là di tutto, certamente il plagiatore mai avrebbe pensato che l’autore potesse beccarlo.

  2. Alberto Cassani ha scritto giovedì 20 novembre 2008 01:32

    Non è esattamente vero che che siano necessarie entrambe le cose, per l’attività imprenditoriale. Un sito internet a scopo di lucro può essere gestito interamente da una persona sola, e comunque avere l’obbligo di iscrizione al ROC se si tratta di un sito di informazione. Diciamo che proprio i soldi sono la discriminante principale: il forum di Adunanza che ho citato faceva l’esempio del blog di Beppe Grillo, dove non ci sono banner pubblicitari ma ci sono dei collaboratori che (presumibilmente) sono pagati per il lavoro che fanno, quindi l’iscrizione è necessaria. In parole povere, nel momento in cui il sito/blog diventa un lavoro, allora l’iscrizione è obbligatoria.
    Per quanto mi riguarda non mi sono ancora organizzato: aspetto che passi la legge in modo da capirne di più. Se l’iscrizione è libera allora mi iscrivo, proprio per tutelare il nostro lavoro; nel momento in cui dovesse rivelarsi una specie di albo dei giornalisti su internet allora li mando affanculo: la libertà di espressione è sancita dalla Costituzione e preferisco prendermi una denuncia per stampa clandestina piuttosto che accettare una provvedimento che la limiti.

    Per quanto riguarda l’articolo di Garofalo (che tra l’altro è il Catecumeno Yeeeuuuch di Ciak, per chi non lo sapesse), immagino lui pensasse che nessun lettore “normale” si sarebbe accorto della cosa, ma visto che stava scrivendo per una rivista di cinema non poteva certo pensare che l’autore che stava “citando” non sarebbe venuto a conoscenza del suo articolo.
    In generale, comunque, capita piuttosto spesso che la stampa “importante” faccia man bassa di cose scritte da testate “di poco conto”. Il che non vuol dire necessariamente che la carta stampata copi internet, ma anche che – per esempio – gli editoriali di una collana di libri a fumetti allegati ad importanti quotidiani nazionali citino interviste pubblicate su riviste a tiratura limitata senza farne menzione. Ma qui si tratta solo di (non) citare una fonte, il caso di Garofalo è ben diverso.

  3. Tommaso ha scritto giovedì 20 novembre 2008 12:51

    Pazzesco l’episodio, ma che è impazzito Garofalo? Non ci posso credere. Voglio dire, è OVVIO che una cosa del genere salta fuori in un batter d’occhio.

  4. Alberto Cassani ha scritto giovedì 20 novembre 2008 13:14

    Beh, immagino abbia scrollato le spalle pensando che tanto nessuno avrebbe creduto ad un “sitarello”. E’ un modo di pensare comune: NOI siamo la stampa, loro no. E in un certo senso ha anche ragione: quanto polverone possiamo alzare, dai nostri siti?
    Va detto, però, che una lettera alla redazione di Segnocinema io l’avrei scritta…

  5. Tommaso ha scritto giovedì 20 novembre 2008 17:17

    Ma non è così, è pieno di punti di contatto, magari non per Garofalo stesso, ma in molti casi c’è la stessa gente dall’una e dall’altra parte. Poi Spietati è un sito molto famoso, insomma mi sembra una leggerezza francamente incomprensibile.

  6. Tommaso ha scritto giovedì 20 novembre 2008 17:19

    Voglio dire in sostanza che chi legge Segnocinema al 70% almeno conosce il sito degli Spietati. Tu dici che Garofalo, sapendo questa cosa, sceglie di sputtanarsi così perchè i siti non sono importanti? Mah.

  7. Alberto Cassani ha scritto giovedì 20 novembre 2008 17:33

    No, secondo me Garofalo non sapeva che il sito degli Spietati è così noto nell’ambiente. E soprattutto, avrà pensato che la stragrande maggioranza dei lettori di Segnocinema non lo conosceva e non avrebbero quindi potuto risalire alla fonte della sua recensione.

    Riguardo invece l’interscambio di firme tra internet e carta stampata, a me sembra una cosa piuttosto rara. E’ vero che nella maggior parte delle occasioni i lettori sono gli stessi, ma di gente che scrive per siti internet e per giornali/riviste “serie” ce n’è poca. Non è che, ad esempio, tutti i redattori di CineFile scrivono anche su – chessò? – Best Movie…

  8. Fabrizio ha scritto giovedì 20 novembre 2008 22:25

    Sicuramente questo Garofalo ha pensato che i lettori degli Spietati non potessero avere così bene in mente quella recensione da realizzarne il collegamento con la sua, e lo stesso dicasi per gli altri redattori del sito (e qui c’è un pò di sottovalutazione). L’unico che poteva illuminarsi al volo era l’autore, ma Garofalo è ovviamente andato sulla fiducia pensando “figurati se proprio lui va a leggere il mio articolo”…

    La lettera (o mail) alla redazione della rivista è d’obbligo! Dico, come può il legittimo autore astenersi dal reclamare pesantemente? Non per altro se non per soddisfazione personale e non passar per fesso.

  9. Alberto Cassani ha scritto venerdì 21 novembre 2008 14:59

    Sì, ma stai scrivendo su una importante rivista di cinema: non puoi pensare che gli appassionati che scrivono su un sito non abbiano l’abitudine di leggerla…
    Oppure ancora, può aver pensato che anche se l’avessero scoperto, cosa gli possono fare?

  10. Fabrizio ha scritto venerdì 21 novembre 2008 17:07

    D’accordo con te, sì. Però può essere che ci sia andato con leggerezza credendo che quell’autore web non leggesse quella rivista, che si sia detto “massì, rischio”. Può essere una questione di sottovalutazione nei confronti di chi scrive su internet, magari ritenendo che questi si fossilizzino sulle letture web e non vadano a comprare certe riviste…

    Quanto al secondo caso… sì, può aver pensato anche quello. Ed è vero che in teoria nessuno può fargli niente, ma è anche vero che però diventi altamente sputtanabile dall’interessato.
    Fermo restando che gli elementi per un’eventuale azione legale, correggimi se sbaglio, ci sarebbero… Solo che non lo si fa.

  11. Tommaso ha scritto sabato 22 novembre 2008 13:34

    Il discorso di “che gli possono fare” però va considerato in un’ambiente in cui la reputazione è tutto. Non so, a me sembra una delle cose peggiori che ti possano capitare. Una macchia che resta. Peccato perchè Garofalo è bravo.

  12. Alberto Cassani ha scritto sabato 22 novembre 2008 14:50

    In realtà la reputazione conta fino ad un certo livello, diciamo che raggiunta una certa nomea la merda che ti possono spalare addosso fa poco effetto, tranne che nelle menti di noi puri di cuore. La credibilità di giornalisti affermati conta ben poco nell’economia della loro carriera futura: ci sono giornalisti ben saldi nelle loro poltrone anche se sono incapaci e tutti (lettori ma anche colleghi) gli ridono dietro. Il punto su Garofalo è proprio questo: anche ammesso che la cosa diventi realmente di dominio pubblico, quante possibilità ci sono che sia cacciato da Ciak e Segnocinema? Nessuna. E quali sbocchi professionali potrebbe vedersi negati per via di questa recensione? Nessuno. Certo, forse le cose si metterebbero diversamente se nella sua pagina su Ciak Paolo Mereghetti (per dirne uno) raccontasse l’accaduto facendo nomi e cognomi. Ma quante possibilità ci sono? Nessuna.

    Anni fa FilmTv pubblicò un’intervista a Ken Loach in occasione dell’uscita italiana di “Sweet Sixteen”, presumibilmente realizzata a Cannes. Io e una mia amica il film l’avevamo già visto e ci rendemmo conto che alcune risposte di Ken Loach non avevano senso, in relazione al film. Scrissi una mail a FilmTv per chiedere spiegazioni, avanzando due ipotesi: o l’intervista era inventata, oppure Loach aveva preso per il culo il giornalista perché le domande erano troppo stupide. Non ricevetti risposta, ma il giornalista in questione non scrisse più nulla per FilmTv per diversi anni (e anche in seguito, credo abbai scritto non più di un paio di articoli di contorno). Eppure ha avuto comunque una discreta carriera e credo che adesso lavori per un quotidiano nazionale. Se, ipoteticamente, quell’intervista fosse stata fatta da un nome importante della redazione di allora, dubito fortemente sarebbe stato allontanato. E in ogni caso il colpevole non è andato a lavorare in miniera come meritava.

    Un 2-3 anni fa, poi, ricevetti una mail dalla mailing list della casa editrice Il Castoro, che raccontava di come un libro dedicato ad un regista da un’altra casa editrice fosse per lo più copiato da un volume che Il Castoro aveva dedicato allo stesso regista l’anno prima. Purtroppo non ricordo chi fossero il regista e l’autore “incriminato”, per cui non posso dire che effetto ha avuto quell’episodio sulla sua carriera, però ricordo che Il Castoro decise di rendere pubblica la cosa in quel modo perché una causa per plagio non avrebbe portato alcun reale beneficio economico alla casa editrice.
    E qui rispondo a Fabrizio: in teoria si può far causa se puoi dimostrare quando hai messo on-line quella recensione, ma non credo che ci siano precedenti specifici e soprattutto non puoi pensare di portare a casa dei soldi “veri” né tantomeno di rovinare la carriera dell’altro. E allora non ne vale proprio la pena.

  13. Fabrizio ha scritto domenica 30 novembre 2008 19:31

    Al di là del fatto che, come dice Alberto, ho anch’io la sensazione che di soldi veri sia difficile recuperarne, credo che dimostrare quando si è messa on-line la recensione non sia impossibile, se si ha vogli di darsi un pò da fare.

    Cambiando discorso, a livello di giudizi critici Gli Spietati (che prima avevo letto di sfuggita) perde già tutta la mia stima dopo aver notato lo sciorinare di 10 (!) e l’estasi per “INLAND EMPIRE” e di contro le insufficienze e le smorfie schifate per “The Departed”. Ho scelto quei due film apposta, fiutando il delirio nell’aria.
    So che Alberto eviterà di parlare del lavoro dei colleghi, ma dovevo segnalare che di gente colpita da devianti visioni ce n’è sempre in abbondanza, fra gli “operatori”.

  14. Alberto Cassani ha scritto giovedì 4 dicembre 2008 18:36

    Ma il fatto che alcuni Spietati siano amici miei non vuol mica dire che io sia sempre d’accordo con loro, né che non possa criticare le loro opinioni…
    Il problema, secondo me, è che ci sono troppi critici che soffrono del “morbo dell’autore”, non nel senso che si sentono autori ma che nel cinema cercano sempre l’autorialità (questo, probabilmente, perché all’università tutti abbiamo studiato la politica degli autori ma nessuno di noi l’ha capita). Così, quando questi critici si trovano davanti qualcosa il cui senso sfugge alle loro comprensione danno per scontato che sia Arte cinematografica della più pura, senza porsi il problema se un senso quello che hanno visto ce l’abbia davvero o si stiano solo facendo delle gran seghe mentali. Peggio ancora, quando un film arriva da un regista in qualche modo “maledetto” allora lo si difende a prescindere, e questo vale ad esempio anche per Terry Gilliam, David Cronenberg e gente simile: per questi autori si ha sempre un occhio di riguardo. E io francamente non capisco perché.
    Allo stesso modo, c’è anche la “sindrome della marchetta”, che è un concetto esistente solo nel mondo della critica cinematografica e perpetrato proprio da quei critici che vogliono il cinema alla pari di tutte le altre arti, le quali invece sulle commissioni si basano in maniera quasi esclusiva. Quindi, quando un regista considerato autore si abbassa a fare un film non personale viene subito messo alla gogna. Soprattutto se ha in qualche modo a che fare con qualcosa in quel momento di gran moda nell’ambiente critico. Questo, però, solo ed esclusivamente se l’autore in questione non è un maledetto, perché allora prevale la prima legge e si cerca un significato e un valore in ogni caso.
    Ora non sto dicendo che gli Spietati hanno tutti ragionato in questo modo, ma semplicemente che ci sono un sacco di critici – anche e soprattutto della nostra generazione – che lo fanno spesso. Quasi sempre. Su molte testate, cartacee ed elettroniche.

    Detto questo, il sito degli Spietati offre spesso degli approfondimenti molto interessanti e trovo molto utile la “rassegna stampa” interna che fanno per ogni film. La pubblicazione di più recensioni per uno stesso film è un’emerita stronzata se fatta una volta ogni tanto, ma se è la regola base della testata allora è un’ottima cosa perché offre al lettore una “guida” più approfondita senza minare la credibilità delle recensioni e dei critici che le hanno scritte. In sostanza, quello degli Spietati è un sito di critica cinematografica a tutto tondo – non solamente di critica d’attualità – che merita sicuramente di essere consultato, ma per quanto riguarda i giudizi critici vanno presi con le dovute cautele, esattamente come qualunque altra testata di critica cinematografica del mondo. Compreso CineFile, ovviamente.

  15. Fabrizio ha scritto venerdì 5 dicembre 2008 14:13

    Ecco, appunto, la “sindrome dell’autore” io non l’ho mai capita. Di fronte ad un autore “cult” (soprattutto se maledetto, come giustamente dici tu) si perde ogni capacità di giudizio critico e si prende tutto per buono. Nel caso di “Inland Empire”, secondo me, questa predisposizione si estremizza all’eccesso, e ritengo che qui si perdano di vista dei concetti che nella cinematografia contano qualcosa. Voglio dire, se per stessa ammissione di Lynch e perchè d’altronde è un dato di fatto, il film non possiede una traccia definita o una qualche sorta di linea guida precostituita, e si affida solo a delle suggestioni disconnesse fra loro, ammettendo pure che queste siano meravigliose non stiamo più parlando di cinema, ma di qualcos’altro. Se un film non possiede una pur labile coerenza narrativa interna e non lancia segnali chiari, in qualche modo comprensibili, perde ogni valore. E secondo me questo è un punto cardine della cinematografia. Di conseguenza continuo a non capire come si possano considerare capolavori film del genere.

  16. Alberto Cassani ha scritto giovedì 11 dicembre 2008 17:46

    In realtà, forzando un po’ le cose si potrebbe anche non essere del tutto d’accordo con quello che dici. Nel senso che non necessariamente il cinema è legato alla narrazione in quanto tale. Vero che le forme di comunicazione audiovisive non narrative vengono solitamente definite in altri modi (tipo la video-arte), ma penso si possano considerare comunque generi cinematografici particolari. Un po’ come le poesie futuriste sono comunque Poesia e gli esperimenti sonori di Charlie Mingus sono comunque Musica. Quindi diciamo che può starci – possiamo accettare – un film non narrativo, ma nel momento in cui il regista decide di raccontarci una storia allora non può ignorare le necessità che questa ha, tra cui appunto la coerenza interna – cosa che peraltro sia le opere di Marinetti che quelle di Mingus avevano.

    Perché se dirigo un triller pieno di incongruenze tutti mi danno del pirla ma se invece David Lynch realizza un film in cui per un’ora non si capisce una mazza, poi un personaggio apre una scatoletta blu e tutto cambia, e per un’altra ora si continua a non capirci una mazza, allora va bene? Qual è la differenza tra “Inland Empire” e una sequenza ininterrotta di cortometraggi di Fabio Sciolè? Perché uno è un genio e l’altro un pirla? Non fanno forse entrambi la stessa cosa, con l’unica differenza che Lynch ha la pretesa di raccontarci qualcosa e Sciolè no?

    Il problema essenziale, però, secondo me è che il Cinema è innanzi tutto un mezzo di comunicazione. Che un regista stia effettivamente raccontando qualcosa oppure stia “solo” cercando di suscitare una reazione emotiva nello spettatore, sta comunque cercando di comunicare con lui, sta cercando di comunicargli qualcosa. E quindi non può non porsi il problema di quanto questo qualcosa sia comprensibile. E’ qui il grande equivoco degli autori “maledetti”: c’è gente che crede davvero che questi autori stiano facendo le cose come gli pare, senza preoccuparsi minimamente del pubblico, ma se così fosse non si preoccuperebbero di trovarlo, un pubblico, e non riuscirebbero mai a trovarlo. Invece David Lynch è andato in giro per le strade di Los Angeles portando al guinzaglio una vacca, per attirare attenzione su “Inland Empire”.
    Nel momento stesso in cui qualcuno inizia una comunicazione, vuol dire che c’è la volontà di trovare qualcuno dall’altra parte, qualcuno che riceva la comunicazione e la comprenda. Se io volessi solo esprimere me stesso comprerei un quadernetto, lo riempirei e me lo terrei in saccoccia: se decido di pubblicare un libro con il contenuto di quel quadernetto è perché voglio che qualcun altro condivida la mia espressione. Se non ci fosse questa volontà la comunicazione non partirebbe: rimarrebbe nella mente dell’autore, o al massimo andrebbe a bagnare un fazzolettino di carta sotto le coperte di una cameretta buia. La cosa veramente grave di tutta questa faccenda, invece, è che c’è gente che ha preso quel fazzolettino altrui, se l’è portato a casa e l’ha bagnato di nuovo.

  17. Fabrizio ha scritto giovedì 11 dicembre 2008 21:19

    D’accordo su tutto. Tranne forse su una cosa. E’ vero che Lynch voleva mettersi in comunicazione col pubblico per mostrargli ciò che aveva creato (e in questo caso si rivolge ad esso), non è vero però che si preoccupa di esso (nel senso che non vi si interessa). Ovvero, lui cerca una destinazione al segnale che lancia (e sa di trovarla in ogni caso, perchè di adepti ne ha molti e apparentemente se ne infischia delle “masse”), ma nel momento in cui non si preoccupa di essere comprensibile mette l’interesse del pubblico in secondo piano, e ciò significa che la sua preoccupazione è più che altro quella di essere ascoltato. Quindi, secondo me, dire che certi autori (i “maledetti”) in certi casi facciano un pò come gli pare non è del tutto sbagliato. Anche perchè Lynch in teoria può permettersi di farlo, visto lo status che ha raggiunto. Di certo non avrebbe potuto concedersi certe cose nella prima parte della sua carriera.

    Che poi, comunque, se vai a dirlo agli “Spietati” (o ad altri incensatori di Lynch) che hanno dato 10 a Inland Empire, loro ti diranno che le metodiche narrativo-espressive di IE sono anticonvenzionali ma coerentissime. Sei tu che non sei capace di coglierle. O qualcosa del genere.

  18. Fabrizio ha scritto giovedì 11 dicembre 2008 21:36

    D’accordo su tutto, tranne forse su una cosa. E’ vero che l’intento di Lynch è comunque quello di arrivare al pubblico, ma non è quasi sicuramente vero che si preoccupi di esso. Quindi, probabilmente, non è del tutto sbagliato ritenere, in taluni casi, che certi autori “maledetti” facciano un pò come gli pare. Lynch vuole che l’input che lancia trovi una destinazione (in questo senso si rivolge ad un pubblico), ma nel momento in cui non si preoccupa di essere comprensibile mette la sua audience in secondo piano e non si interessa realmente ad essa: l’importante è che lo si ascolti. Lui (che pare non essere interessato al pubblico di “massa”) in ogni caso sa che i suoi adepti lo seguiranno sempre e che riuscirà sempre a convincerli a starlo a sentire. Ne è convinto perchè ben percepisce il suo status di autore cult, e sa di potersi permettere oggi cose che in altri momenti della sua carriera sarebbero state improponibili.

    Che poi, comunque, se tu provi a dirlo agli Spietati (o chi per loro) che hanno dato 10 a “Inland Empire”, loro ti risponderanno che la struttura narrativo-espressiva di IE è completamente anticonvenzionale ma coerentissima, sei tu che non sei capace di coglierla. O qualcosa di simile.

  19. Alberto Cassani ha scritto sabato 13 dicembre 2008 17:16

    Quello che però mi chiedo è questo: se David Lynch mette in secondo piano il pubblico e non si preoccupa di essere comprensibile, perché io spettatore dovrei preoccuparmi di quello che lui racconta? Poi è ovvio che la colpa è mia che non conosco il polacco in cui parlavano i coniglioni di “Inland Empire”… Però non ho trovato ancora nessun critico che mi abbia tradotto quei dialoghi…

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