Intervento di Andrea Occhipinti su “La Prima Linea”

Scritto da Alberto Cassani martedì 31 marzo 2009 
Archiviato in Quelli che scrivono...

La polemica può essere talvolta il sale della democrazia, lo stimolo al confronto. L’imprecisione e la superficialità, invece, sono sempre l’avvilimento del diritto all’informazione. Forse l’articolo di Libero del 29 marzo, a firma di Maria Paola Gianni, aveva l’ambizione di essere polemico; ma nel riportare il parere dell’ex generale James Dozier, sequestrato dalla BR nel 1981 e poi liberato dalla polizia italiana, ha riportato inesattezze, veri e propri errori, semplificazioni, giudizi sommari.

Secondo l’ex generale statunitense, il film La prima linea, con la regia di Renato de Maria e del quale sono il produttore, andrebbe «fermato». È una sua legittima opinione. La rispetto, anche se dovrebbe essere buon costume, in Italia come negli USA,  quello di conoscere ciò di cui si parla. In questo caso appare difficile, dato che il film ancora non è stato terminato e dubito che sia la giornalista che l’ex generale abbiano potuto conoscerne il copione.

Rispetto di meno un modo di fare giornalismo approssimato e sentenzioso.

Ad esempio, il film non è tratto da Una vita in Prima linea di Sergio Segio, come afferma Libero, ma semmai da Miccia corta, dello stesso autore. Non è vero che Segio «dovrebbe essere anche lo sceneggiatore del film», non fosse altro perché la sceneggiatura è già scritta da tempo ed è firmata da Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo e Fidel Signorile. La giornalista di Libero dice «il bello è che Segio non si è mai pentito per le sue malefatte», è vero Segio infatti è “dissociato”, forse può essere  utile richiamare le parole al riguardo scritte da Padre David Maria Turoldo: «il pentito non dice perché lo ha fatto, dice solo chi c’era; invece il dissociato non dice chi c’era ma dice perché lo ha fatto. E questo è ancor più importante per uno stato che si rispetti e che voglia capire».

Così come è impreciso scrivere che «la storia si svolge nel capoluogo lombardo», dato che Milano è solo una delle sei città in cui è girato il film, che semmai gravita maggiormente su Torino, Venezia e il Polesine.

Ma soprattutto è impreciso sostenere che il Ministero dei Beni culturali «ha fornito i fondi necessari», dato che il finanziamento pubblico copre circa un terzo del budget, che vede come cofinanziatori, dal Belgio, i fratelli Dardenne, dalla Francia Diaphana, dall’Inghilterra The Works e Eurimages (sostegno alle coproduzioni del Consiglio d’Europa), oltre che Rai, Medusa Homevideo e Sky.

E anche questa ampia, qualificata e diversificata partecipazione avrebbe dovuto far venire il dubbio alla giornalista di Libero che forse questo film è qualcosa di diverso da «una pellicola che esalta Prima Linea», come ha scritto, dove Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, i due protagonisti, sarebbero «cattivi ma affascinanti maestri a rischio di emulazione». Come del resto, neppure il libro di Segio esalta la sua esperienza, essendo invece una sofferta testimonianza che perviene a una radicale critica della violenza politica e delle armi. Anche per questo l’abbiamo scelto.

Approfitto per fornire un’informazione alla giornalista di Libero, ma anche ai tanti altri che hanno manifestato indignazione per il finanziamento pubblico a questo film::il finanziamento che ci ha riguardato corrisponde a circa il 5 per cento di quanto annualmente il ministero investe per pellicole cui riconosce l’interesse culturale. Nel 2008 i film finanziati sono stati 41. E questo avviene non già per dilapidare risorse pubbliche ma nella convinzione che la cultura sia un investimento e un bene collettivo, che è interesse dello Stato sostenere e promuovere. In verità, guardandosi attorno, verrebbe semmai da pensare che per la cultura in Italia si investe troppo poco.

Anche la storia recente del nostro Paese abbisogna di chiavi culturali per essere riletta, affinché le culture negative che l’hanno in certi tratti caratterizzata rendendola sanguinosa e drammatica, vengano davvero sviscerate e superate. Una storia attorno alla quale è necessario riflettere e documentarsi. Il nostro film vuole essere un contributo in questo senso e siamo certi che lo sarà, nonostante gli attacchi e le semplificazioni.

Preferisco dunque fermarmi, e rivolgere un invito assai semplice. E se prima di lapidare questo film, si aspettasse almeno di vederlo? Instaurare un metodo di censura a priori vuol dire rinunciare non a polemizzare, che sempre si può fare ma a ragion veduta, bensì a conoscere. E invece vale sempre la pena conoscere, anche quello che si ritiene distante da noi. Anzi, forse soprattutto quello.

Andrea Occhipinti, 31 Marzo 2009

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