Quando i giornali perdono la loro voce, perdono anche la vita…

Scritto da Alberto Cassani domenica 21 dicembre 2008 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Quando si pensa ai critici cinematografici che hanno poi avuto una carriera da registi si pensa quasi solamente ai grandi della Nouvelle Vague. Invece è una cosa che capita ed è capitata anche in paesi diversi dalla Francia: in Italia c’è Davide Ferrario, negli Stati Uniti c’è ad esempio Peter Bogdanovich. E c’è anche Rod Lurie, diplomato a West Point e poi critico per testate come il New York Daily News ed Entertainment Weekly oltre che trasmissioni televisive come 60 Minutes e Larry King Live.

Come critico cinematografico Lurie era uno di quelli che non le mandava a dire, e a quanto pare a un certo punto alcune case di distribuzione hanno deciso di non invitarlo più alle loro anteprime per evitare di dover leggere le sue stroncature. Passato dietro la macchina da presa nel 1999, non ha finora avuto una carriera registica brillantissima, con solo “Il castello” ad arrivare nelle nostre sale. In questo periodo di grave crisi per i critici cinematografici statunitensi, che stanno cadendo come mosche a causa dei tagli di bilancio di molte testate anche importanti, Lurie ha scritto un interessante articolo a difesa del lavoro degli ex-colleghi.

In questi ultimi tempi i critici cinematografici stanno cadendo come se fossero i protagonisti di un montaggio serrato nella parte finale de “Il padrino“… BAM–BAM–BAM. Stanno cadendo con una tale, spietata, ferocia da mettere in pericolo non solo il lavoro della critica cinematografica ma la carta stampata nella sua interezza. Perché? Perché i critici cinematografici radicati in un particolare territorio hanno sempre simboleggiato l’individualità dei quotidiani e delle riviste statunitensi.

L’ultima vittima è stato l’elegante e duro Glenn Whipp del Los Angeles Daily News. È stato preceduto dal massacro di altri ottimi scrittori: Glenn Kenney di Premiere (che, comunque, mi ha dato una bella dose di metaforici stupri di gruppo quando ha recensito i miei film), Carina Chocano e Kevin Thomas del Los Angeles Times, Jonathan Rosenbaum del Chicago Reader e… beh, la lista va avanti e avanti…

Quand’ero un ragazzino i miei eroi non erano i giocatori di baseball o gli attori del cinema. I miei cavalieri in armatura scintillante erano i critici cinematografici. Sembra pazzesco, lo so, ma per me è stato davvero così. Amavo andare al cinema, specialmente quando uno è un teen-ager negli anni Settanta. E come poteva essere altrimenti in quello che è stato forse il miglior momento del cinema d’autore? Andare al cinema era quello che allora i ragazzi fighi facevano, e di conseguenza quelli che venivano pagati per farlo dovevano essere i più fighi del mondo.

Ogni week-end dal… diciamo… 1974 al 1978, me ne andavo alla biblioteca del Greenwich Village, che raccoglieva tutti i maggiori quotidiani del Paese. Mi sedevo lì tutto il giorno e leggevo e leggevo e leggevo recensioni di film. Mi ricordo che quando avevo 12 o 13 anni scrissi a Judith Crist, Paulina Kael e Roger Ebert, e loro furono così disponibili da rispondermi e prendermi in giro.

Arrivai alla convinzione che la critica cinematografica di per sé era un’arte. Le frasi della Kael, quasi tutte le sue frasi, erano delle piccole danze grammaticali che davano spessore ed elogiavano, e alle volte inchiodavano. La sua scrittura era davvero una sua creatura – qualcosa di acrobatico, che non era mai stato fatto prima. Il suo stile ha influenzato gli scrittori che sono venuti dopo di lei tanto quanto hanno fatto William Faulkner o Tom Wolfe. La rubrica quindicinale della Kael era qualcosa che si attendeva con impazienza, qualcosa per cui ti tenevi il pomeriggio libero. Era un appuntamento irrinunciabile.

Roger Ebert, anche quand’era giovane, scriveva in modo profondo ma comprensibile. Era (ed è) preciso e diretto, spiega le sue opinioni con umorismo ed efficacia ed è sempre stato capace di farti capire esattamente che tipo di esperienza ti aspetta guardando un certo film. Alle volte, come quando scriveva dei primi film di Martin Scorsese (il suo nuovo libro su Scorsese è splendido), prende le difese di film che non ti aspetti e la cosa ti dà da pensare. E, cosa più importante, ti convince ad andare al cinema.

Ebert era il migliore per farti capire se dovevi andare a vedere un film, Kael era meglio da leggere dopo aver visto il film.

E ce n’erano molti altri da ammirare. Rex Reed mi faceva ridere, e lo fa ancora. John Simon era così crudele da far sembrare il suo lettore come un complice in una cospiratore di corte. Charles Champlain era professionale ed elegante e ti dava sempre l’impressione di imparare qualcosa leggendolo. Stanley Kauffman aveva una stile sobrio e serio, e prendeva il suo lavoro così seriamente da farti capire che il cinema – che i nostri genitori hanno sempre ritenuto una cosa frivola – era un’arte vera e propria.

Tutti questi critici lavoravano per una rivista o per un quotidiano. Ognuno di loro aveva una voce, una voce unica quanto quelle dei registi di cui scrivevano. E quella voce diventava la voce del quotidiano o della rivista per cui lavoravano.

Ecco cosa scrisse Pauline Kael di “Street smart – Per le strade di New York“:
Morgan Freeman è forse il più grande attore di cinema che abbiamo negli Stati Uniti. Dona al ruolo di un magnaccia di Times Square, Fast Black, un magnetismo talmente inquietante e sordido da dare potenza a tutto il film. Magicamente, riesce a sostenere la credibilità di Fast Black, ed è come riuscire a sostenere Re Lear in “Gidget alle Hawaii”.

Roger Ebert su “Taxi Driver“:
Taxi Driver” non dovrebbe essere considerato un film su New York. Non è un film su una città ma sulle stagioni dell’anima di un uomo, e di tutta New York sceglie solamente quegli elementi che nutrono e rinforzano le sue ossessioni.

Vincent Candy su “Gandhi” e le sue speranza di Oscar:
Premiare un film come “Gandhi“, un film perfetto ancorché per nulla eccezionale, vuol dire pagare il debito della razza (umana) e certificare i suoi (buoni) istinti, e certificare anche il fatto che i film impegnati possono fare soldi.

Ecco cosa scrisse Jonathan Rosenbaum del mio primo, piccolo, film “Deterrence” (in realtà ha frainteso le mie intenzioni, ma cavolo se il ragazzo sa farsi ascoltare…):
Gli stranieri convinti che gli statunitensi siano solo dei selvaggi uomini di neanderthal possono benissimo prendere questo film come convincente prova a loro favore.

I quotidiani sono stati in recessione per quasi un decennio, ormai (e di questo do a Craigslist la maggior parte delle colpe: gli annunci economici a pagamento sono stati a lungo la principale fonte di guadagno dei giornali, ma adesso non è più così). Per tagliare le spese, si tagliano innanzi tutto i critici – un po’ come a scuola si tagliano i fondi al corso di educazione artistica. È un qualcosa che i dirigenti non prendono seriamente, qualcosa che pensano si possa sostituire facilmente, o che – addirittura – non abbia bisogno di essere sostituito.

Quando questi quotidiani e queste riviste licenziano i Whipp e i Kenney e i Wilmington, stanno solo accelerando la loro caduta rinunciando ad una delle cose che li rendeva davvero unici: quella voce che spesso convince il lettore a comprare il giornale (e lo stesso discorso si può applicare ad un’altra vittima dei tagli di bilancio: il vignettista politico).

Una volta si usava dire “ho sentito che questo giornale ha amato o odiato quel tal film”. Che era una cosa stupida, ovviamente. Il critico del giornale – non il giornale in sé – aveva amato o odiato un film. Ma proprio perché il critico era così identificato con la pubblicazione per la quale scriveva, alla fine era la stessa cosa.

C’è speranza per il futuro, immagino. Ci sono ancora diversi critici che mi piace leggere (devo ammetterlo, alcuni dei ragazzi che scrivono su internet sono bravi), ma non è più com’era una volta. E la cosa mi spezza il cuore.

Rod Lurie, The Huffington Post, 9 Dicembre 2008.

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