Televisione e buoni maestri

Scritto da Alberto Cassani lunedì 17 agosto 2009 
Archiviato in Televisione

Permettetemi di uscire un attimo dal seminato di questo blog e per una volta, anziché parlare di critica cinematografica, mettermi a fare critica cinematografica. Anzi, addirittura critica televisiva.

Poco più di un anno fa ricevo un messaggio su Wikipedia in cui mi si chiede di cambiare un link nella mia pagina utente. Un collega del progetto cinema mi avvisava infatti che la pagina Heroes (serie televisiva) era stata rinominata in Heroes (serial televisivo). Chiedo spiegazioni e mi sento dire che il progetto televisione aveva deciso di adottare la nomenclatura codificata dagli accademici. Faccio diligentemente la modifica al link e poi scrivo all’amico Davide Barzi, che oltre ad essere un tuttologo è anche un collaboratore di Telefilm Magazine, per avere lumi riguardo questa categorizzazione di cui non avevo mai sentito parlare. Davide mi risponde con la scansione di due pagine del libro di Aldo Grasso Buona maestra, pubblicato da Mondadori nel 2007:

Oggi […]si preferisce classificare i telefilm diversamente, soprattutto in base al formato, alla morfologia (episodio “chiuso” o puntata “aperta”), alla narrativa (evoluzione cronologica o meno delle vicende e dei personaggi). È possibile perciò distinguere tra alcune grandi famiglie:
• “Serie”, che è suddivisa in episodi, cioè segmenti narrativi conchiusi senza sviluppo cronologico delle vicende, e che prevede un ritorno ciclico del tempo;
• “Serial”, che è suddiviso in puntate, cioè segmenti narrativi aperti con sviluppo cronologico delle vicende, e che prevede uno sviluppo lineare del tempo;
• “Miniserie” (o “miniserial”), che è suddivisa in puntate, da due a sei, e prevede uno sviluppo cronologico delle vicende attraverso un percorso narrativo molto breve rispetto ad altre forme seriali ed è perciò definita una “forma seriale debole”;
• “Film per la tv”, che è una storia compiuta che non presenta caratteri di serialità, la cui durata è di circa novanta minuti (al netto dei break pubblicitari), e che è la forma più affine al lungometraggio cinematografico.
In realtà, ognuno di questi formati seriali è a sua volta composto da sottoformati, che spesso compaiono in un preciso momento storico, legati come sono a esigenze produttive, al tipo di pubblico cui si rivolge il telefilm, alla complessità della narrazione che si vuole costruire.

Per quanto questa suddivisione sia semiologicamente corretta e persino interessante, mi permetto di rifiutare il suo utilizzo. Per carità, è vero che i prodotti televisivi di finzione si possono sempre inserire in una di queste quattro categorie, ed è altrettanto vero che queste categorie hanno come “etichetta” dei termini facilmente comprensibili e ormai di uso comune (a parte la corretta distinzione tra episodi e puntate, che sono comunemente ritenuti sinonimi). Ma dividere le fiction secondo questa distinzione è estremamente superficiale, perché si basa esclusivamente sull’aspetto della serialità (è una storia unica o meno, e quanto dura il suo racconto), non sugli effettivi contenuti del racconto né tantomeno sulla “funzione” televisiva del racconto, ossia sul tipo di pubblico cui il prodotto si rivolge e sul tipo di storia che racconta.
La suddivisione in generi del prodotto cinematografico, peraltro snobbata da molti critici, è basata sui contenuti del film, ossia un aspetto fondamentale del prodotto di cui si parla. La suddivisione presentata da Grasso si basa esclusivamente su un aspetto strutturale tutto sommato secondario. Fatta salva la suddivisione in sottoformati cui Grasso accenna – e volendo anche tener conto degli sviluppi storici del racconto televisivo di finzione cui Grasso accenna in un paragrafo successivo che non vale qui la pena di citare – qual è l’utilità di una categorizzazione che non permette di distinguere Gli antenati dal Maresciallo Rocca?

Capisco l’enfasi che gli intellettuali vogliono dare al proprio lavoro, ma la realtà è che non c’era alcun motivo di studiare una categorizzazione posticcia come questa, a meno di non volerla utilizzare esclusivamente all’interno di studi di semiotica applicata alla televisione di finzione. La realtà, infatti, è che negli Stati Uniti una suddivisione di questo prodotto esiste già, e non da ieri. A livello produttivo, infatti, quelli che per brevità si possono definire “telefilm” seguono regole narrative e strutturali ben precise, che aiutano poi la gestione della messa in onda e incidentalmente il lavoro di chi la serialità la studia. Si tratta di una suddivisione facilmente adattabile a tutti i prodotti televisivi di finzione seriale (cui si aggiunge il film-Tv, che esula però dal discorso) del mondo occidentale semplicemente modificando il parametro relativo alla durata dei singoli episodi in virtù dell’evoluzione della televisione moderna ed eventualmente cambiando i nomi delle categorie per evitare confusione, anche se per semplicità uso qui i nomi originali. Si tratta di sei categorie che non necessitano di ulteriori sottodivisioni (se non, volendo, la specifica del genere narrativo di appartenenza) e che si basano come detto su criteri narrativo–strutturali:

Di certo non mi aspetto di essere preso sul serio – in fondo non sono altro che un giovane critico, e per di più nemmeno televisivo, e che come surplus al DAMS non ha dato l’esame di semiotica con Umberto Eco – però se questo scritto riesce a mettere un dubbio nella testa di qualcuno, ha raggiunto il suo scopo.

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Commenti

2 risposte a: “Televisione e buoni maestri”

  1. LucaMarra ha scritto martedì 18 agosto 2009 01:16

    Credo sia giusto sollevare il problema dell’etichetta dei generi. Più che superficiali, le definizione della serialità le definirei astratte e formali. Indicano solo la durata del prodotto. Ma per ora è il metodo più oggettivo, un attributo che serve all’economia dei media. Io non penso che quelle definizioni siano ad uso solo degli accademici, ma sopratutto ad uso del palinsesto e del mercato dei contenuti. Specialmente nella tv generalista italian la fiction è il genere in cui si investe di più (indipendenemente dalla opinabile qualità).
    La durata di un prodotto tv è molto più incisiva del prodotto cinema. Dovendo assemblare palinsesti per le reti anche un 1 secondo è importante.

    Mi permetto, gentilmente, di contestare una tua etichetta: la soap opera.
    Non si possono mettere insieme soap opera e telenovelas. Sono due rami che appartengono alla lunga serialità ma sono diversi. La soap è potenzialmente infinita. Finisce solo per ragioni economiche cioè se la rete decide di chiuderla, ad es. per mancanza di finanziamenti. Ma dal punto di vista narrativo la soap non ha fine e non esistono pochi personaggi principali ma c’è coralità.
    La telenovela, invece, è lunga ma finita. A un certo punto la storia finisce, è il protagonismo è più ristretto, spesso è la coppia. Un esperimento di successo recente in Italia, è stato “Terra Nostra” ora chiuso.
    La serie infinita/finita è una differenza fondamentale per la narrattiva e sopratutto per l’aspettativa del pubblico.

    Sul “dramma seriale” sarei più d’accordo. In Inghilterra infatti non esiste la “fiction” ma il “drama” anche se ciò potrebbe comunque portare dei problemi di generalizzazione elavata. In realtà tutti i racconti sono “drammi” però sempre per esigenze economiche il contenuto va distinto.

    Saluti

    Luca Marra

  2. Alberto Cassani ha scritto venerdì 21 agosto 2009 14:35

    Ciao Luca, bentornato su queste pagine.

    Il problema vero, secondo me, è che in Italia si etichetta tutto con “fiction”, non c’è l’abitudine di diversificare l’etichetta per distinguere “Distretto di Polizia” da “Papa Giovanni”, il che porta la gente a ignorare totalmente le differenze tra i vari tipi di racconto televisivo. E questo, temo, vale anche per alcuni addetti ai lavori.

    La categorizzazione di Grasso, in realtà, penso serva a poco per chi gestisce i palinsesti. E’ vero che specifica l’esistenza di miniserie e film-Tv (ma non ci voleva un accademico per farlo), ma a conti fatti cosa importa al palinsesto la differenza tra serie e serial? Come dici tu, la durata di un prodotto Tv è importante, ma le categorie di Grasso riguardano soprattutto l’economia interna al racconto (la serialità) non tanto la sua sua durata. Ad un palinsesto importa davvero che la storia prosegua da una puntata all’altra o si sviluppi attraverso episodi autoconclusivi? Penso che quello che più conti, dal loro punto di vista, sia il numero di puntate da mandare in onda e la loro durata. Ci sarebbe l’obbligo, nel caso dei serial, di trasmettere le puntate in ordine cronologico, ma questa è una cosa che per fortuna la tv italiana ha sempre rispettato al momento della prima messa in onda e ha purtroppo spesso disatteso al momento delle repliche (è successo anche con “X-Files”). In questo penso che il tipo di categorizzazione di Grasso sia inutile. E’ vero che è oggettiva (ma non trovo possa essere “più oggettiva” di un’altra: o una cosa è oggettiva al 100% o non è oggettiva), ma è anche fortemente limitata. Non la trovo per nulla più utile di quella che io ho riportato, ad esempio. Penso servirebbe una categorizzazione più legata ai contenuti, che non si fermi all’aspetto della serialità come invece fa questa di Grasso, perchè allora si riuscirebbe anche a educare un po’ il pubblico televisivo. Come ho scritto nel post, qual è l’utilità di una categorizzazione che non permette di distinguere tra i Flintstone e il Maresciallo Rocca?

    Per quanto riguarda la differenza tra soap e telenovela, certo che sono diverse, ma sono diversi anche Dallas e Heroes, così come sono diversi Oz e X-Files. Oz, ad esempio, usava l’impianto della sit-com per raccontare un dramma seriale. Non posso pronunciarmi più di tanto riguardo la coralità dei personaggi perché sia soap sia telenovela ne ho viste poche, ma dal punto di vista “strutturale” mi pare siano la stessa cosa. E’ vero che, come giustamente dici, la telenovela parte per raccontare sul lunghissimo periodo una storia definita fin dall’inizio mentre la soap vuole raccontare il più a lungo possibile qualcosa che viene improvvisato settimana dopo settimana, ma il modo del racconto è esattamente lo stesso.
    Che poi la chiusura o meno di una storia sia un aspetto fondamentale dal punto di vista narrativo è vero, ma credo in questo caso sia importante fino a un certo punto. Anche i romanzi d’appendice avevano un finale, che poteva essere predefinito (come per le telenovela) o posticcio (come per le soap), e il loro sviluppo poteva essere più o meno predeterminato (come per il primo libro della Fondazione di Asimov) o largamente modificato dalle decisione dell’autore o dalle richieste dell’editore (come per alcuni scritti giovanili di Ed McBain), eppure rimanevano sempre e comunque dei romanzi d’appendice, perché erano scritti per essere raccontati in un certo modo, ed era questo modo che ne definiva il genere. Esattamente come, a mio avviso, per soap e telenovela: vista la loro particolarità, secondo me il modo è più importante del contenuto vero e proprio. Però, volendo, possiamo anche considerare le telenovela “semplicemente” delle miniserie di eccezionale durata.
    L’aspettativa del pubblico, penso che in realtà non cambi per nulla quando si approccia ad un racconto aperto o ad un lunghissimo racconto chiuso. Lo spettatore ideale sì, ci si approccia in maniera diversa, ma lo spettatore reale no. Diverso è il caso dei racconti brevi, una miniserie contro una serie, ma sono convinto che il modo di guardare una soap non sia per nulla diverso dal modo di guardare una telenovela. Nessuno si dice “questa telenovela la voglio vedere perché tra 7 anni so come va a finire”. Anzi, ti dirò di più: in Italia quelli che sanno che la telenovela è un racconto chiuso sono ben pochi.

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