Come si scrive una recensione?

Scritto da Alberto Cassani venerdì 26 febbraio 2010 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Se il giornalismo non ci fosse, bisognerebbe soprattutto non inventarlo.
Honoré de Balzac

Domandarono a Julio Cortàzar che cosa avrebbe risposto a un quindicenne che fosse venuto a trovarlo per dirgli: voglio diventare scrittore, mi dica che cosa devo fare. «A mo’ dei maestri zen – rispose l’argentino — cercherei di rompergli una sedia sulla testa, ma se, non capendo che cosa c’è oltre la sediata, la risposta non gli fosse chiara, gli direi che il solo fatto di chiedere consigli in materia letteraria, dimostra la mancanza di una vera vocazione». Fatte le proporzioni, se nel mio caso la domanda fosse formulata in modo corretto (esempio: come si scrive la recensione di un film su un quotidiano?), potrei rinunciare alla sediata e, cercando di rimanere serio, risponderei con la speranza di non scivolare troppo nella banalità didattica. La recensione è, in fondo, un microgenere letterario, dunque ha le sue regole che in una certa misura si possono insegnare.

Specialmente se di cinema, il critico di quotidiano ha due bestie nere da addomesticare: il tempo, ossia la fretta, e lo spazio, cioè la lunghezza. Facciamo finta che la prima non esista perché discorrere ci porterebbe lontano, e parliamo della seconda.
Su un quotidiano (italiano, di oggi) la lunghezza può andare dalle 20 alle 90 righe di 60-65 battute che possono bastare per assolvere i tre compiti principali di un recensore:

  1. informare, analizzare, giudicare, cioè descrivere l’oggetto (il film) in questione con eventuali notizie sull’autore, sugli avvenimenti storici che costituiscono il contesto della vicenda o sulla sua origine letteraria o teatrale;
  2. enuclearne i temi evidenti o latenti, i significati, il discorso, il sottotesto collegandoli con i film precedenti del regista, se ne vale la pena, o con altri prodotti dello stesso tipo o genere;
  3. formulare il giudizio di valore, graduando consenso e dissenso, elogi e riserve.

C’è, come si vede, una logica in questa successione, ma non è prescritto che occorra seguirla sempre. Dipende dai casi, ma anche dall’umore del recensore, dal suo atteggiamento verso il film in questione, positivo o negativo che sia.

Da questa premessa potrebbe già uscirne una regola che sembra, ma non è del tutto lapalissiana: adeguare la recensione al film da recensire. Come risolvere, per esempio, il controverso problema della trama: condensarla in quattro righe o esporla minuziosamente in quaranta? Dipende dalla natura del film, dalla notorietà del suo plot. Almeno in due casi la prima delle due soluzioni è preferibile: quando si ha da recensire un film che deriva da un’opera narrativa o teatrale famosa (I promessi sposi o Amleto, Il dottor Jekyll o I tre moschettieri) oppure quando arriva un film la cui uscita sul mercato italiano è stata preceduta da una tambureggiante campagna parapubblicitaria. Succede specialmente per prodotti hollywoodiani miliardari, imperniati su qualche star o sugli effetti speciali.
Non dimenticarsi, comunque, che già nel modo di esporre la trama si può anticipare e insinuare un giudizio di valore, facendo attenzione, però, a non abusare del resoconto ironico-parodistico: è un espediente retorico molto in uso che, troppo spesso ripetuto, può risultare fastidioso per il lettore e ingeneroso per l’opera e i suoi autori.

Il recensore di quotidiano è, o dovrebbe sforzarsi di essere, anzitutto un giornalista al servizio dei suoi lettori. Il suo primo dovere è, dunque, la chiarezza della comunicazione, cioè un linguaggio semplice, diretto, efficace, qualità che non corrispondono necessariamente a banalità, sciatteria, superficialità. E’, insomma, un problema di scrittura: di stile, per dirla con un termine “alto”, o, più artigianalmente, di tecnica espositiva. Non è facile da risolvere: sul giovane principiante pesa l’inesperienza; sul veterano scafato la routine, l’abitudine, gli schemi prestabiliti.
Uno dei modi per essere efficaci è, come per un qualsiasi altro articolo, la ricerca di un attacco, di un avvio energico e inventivo, magari a effetto, allo scopo di catturare subito l’attenzione del lettore. E altrettanto importante è il finale, saper chiudere la recensione con un aforisma, un riepilogo secco del giudizio, una piroetta. Avete poco spazio a disposizione, bisogna sfruttarlo al meglio.

Limitata e riduttiva fin che si vuole, una recensione di quotidiano è pur sempre un’operazione critica nella quale talvolta si è costretti a ricorrere a termini tecnici, culturali, specialistici, non sempre accessibili al lettore. Qui potrebbe valere una regoletta giornalistica poco rispettata perché difficile da rispettare: è lecito usare parole difficili, rare, inconsuete purché il loro significato sia spiegato o almeno suggerito, dunque deducibile dal contesto della frase. Non usare mai una parola straniera se esiste il corrispondente italiano.
Molti sono gli accorgimenti per essere chiari. Uno dei più sicuri è il ricorso a frasi brevi, ossia a una struttura del discorso dove, come direbbe uno specialista di retorica, la paratassi – cioè un rapporto di coordinazione – prevalga sull’ipotassi – cioè un rapporto di subordinazione. In altre parole: evitare i periodi resi complessi da frasi subordinate e da incisi. Nei dialoghi dei Promessi sposi, per esempio, Manzoni si avvale della paratassi quando parlano gli umili, la gente del popolo, e di complesse strutture ipotattiche quando parlano personaggi di rilievo, come il Cardinale Federigo. Nello scrivere su un giornale mettiti dalla parte dei poveri, non dei ricchi e dei potenti.

Quando entra nella zona del giudizio, un recensore dovrebbe mettere le carte in tavola. Anche qui vale quella regola secondo la quale, come direbbe Umberto Eco, il giornalista ha un dovere di testimonianza, non di un impossibile obiettività e deve testimoniare su ciò che sa, dicendo come la pensa lui. Nell’esporre le ragioni del suo consenso e del suo dissenso, il recensore ha il diritto di portare il lettore a giudicare il film dal proprio punto di vista, lasciandogli tuttavia la libertà di discutere o anche di rifiutare quel punto di vista. È una questione di sincerità e di onestà. In altre parole: il lettore deve essere messo in condizione di individuare le spinte ideologiche o emotive che hanno portato il recensore a esprimere un certo giudizio. Bisogna dare da bere al lettore, non dargliela a bere.

Morando Morandini, Non sono che un critico (Il Castoro, 2003)

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Commenti

Una risposta a: “Come si scrive una recensione?”

  1. Antonella ha scritto giovedì 5 luglio 2012 16:43

    Bellissimo “quest’articolo”.

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