Il linguaggio del cinema secondo Morando Morandini

Scritto da Alberto Cassani martedì 28 aprile 2009 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Quello che segue è il testo scritto da Morando Morandini come presentazione del ciclo di lezioni da lui tenuto nel 1997 presso l’Università Statale di Milano.
Al di là dell’occasione per la quale è stato scritto, offre degli ottimi spunti di discussione riguardo il modo di guardare e analizzare il cinema, compresa una curiosa ma non banale inversione di prospettiva.

Ho letto, tempo fa, un articolo del matematico Federico Starnone. Diceva che, in fondo, la matematica è un linguaggio, ossia un modo di dichiararsi, esprimersi. E che, come tutte le lingue, non si impara leggendo una grammatica, ma si ha bisogno di una scuola e di un insegnante: «Alla maniera di certe malattie, non si trasmette via carta, ma per contatto». Perciò, se si vuole impararla, non basta comprare libri e leggerli fino in fondo: bisogna anche parlarne, discuterne, trovarsi un buon maestro, «qualcuno infetto e disposto a contagiare.»

Mi piace quest’idea del contagio. Da cinque anni tengo lezioni di cinema all’ISU dell’Università degli Studi di Milano, l’unica grande università italiana, se non sbaglio, dove non esiste una cattedra di cinema. Per chiunque eserciti un mestiere o una professione, viene il momento in cui deve interrogarsi sul senso di quel che fa, sul modo con cui lo fa, sulla sua utilità sociale. Mi sono posto anch’io queste domande e altre. Ci ho scritto anche un libretto che, non senza una striatura d’ironia, s’intitola “Non sono che un critico” (è una battuta di Iago nell’”Otello“).

Mi sono domandato se abbia senso che uno scrivente di cinema si metta in cattedra a parlarne. Non é il mio mestiere, la macchina da scrivere mi si addice più di un microfono. Non mi considero né un buon insegnante, né tantomeno un maître à penser. Ero perfino riluttante a chiamarle lezioni, ma non s’è trovato un sinonimo efficace e meno sussiegoso. Ho accettato, comunque, il primo invito a tenere queste lezioni, e a continuarle anno dopo anno, per comunicare e far condividere, ma anche mettere pubblicamente in discussione, quel bagaglio di esperienze, nozioni, idee, emozioni, convincimenti, dubbi, riflessioni che mi ero fatto in tanti anni di lavoro come spettatore di professione.

Che cosa cerco di comunicare nelle mie “lezioni” e nei dialoghi che le seguono? A prendere coscienza che, se non si capisce la funzione formale di un argomento, è inevitabile trattare i film come dichiarazioni, cioé adibire il cinema (l’arte in generale) a uno scopo: un film non è soltanto su qualcosa, è qualcosa. Come un libro, un quadro, una sinfonia. A capire che la morale di un film è condizionata dalla sua forma, dal genere, dal tono, ossia che il giudizio morale non può essere separato da quello estetico e che la morale non può e non deve essere applicata, automaticamente, all’universo immaginario, dunque fittizio, di un film. A liberarsi dei vecchi pregiudizi teorici sullo “specifico filmico” ed accettare il miscuglio dei generi e la nozione di cinema “impuro”, contaminato col teatro, la letteratura, la musica… A diffidare di quell’atteggiamento mentale – che è una pigrizia prima ancora che una teoria o un’ideologia – che privilegia i film per la nobiltà dei temi, l’interesse etico, civile, politico, religioso della storia e dei personaggi. A opporsi all’attuale tendenza di parlare di cinema in termini quasi metafisici come se fosse una fortezza assediata da una serie di virus che si chiamano televisione, pubblicità, video, teatro. A non credere che il compito di un critico – e di qualsiasi spettatore con un minimo di consapevolezza critica – consista nell’emettere giudizi di valore, ma che è altrettanto e più importante analizzare quel che ha visto, cercare di comprenderne i meccanismi espressivi e ideologici, di individuarne i contenuti latenti oltre a quelli evidenti. A imparare che, nella tradizionale antitesi tra forma e contenuto, si finisce spesso col mettere all’interno il contenuto e all’esterno la forma, mentre sarebbe opportuno invertire i termini: la maschera è il volto. A non dimenticare che se qualche volta il cinema è un’arte, è sempre un’industria e che non si deve idolatrare la Mdp, intesa come macchina da presa, ma dare la giusta importanza ai Mdp, ai modi di produzione.

Nella scelta degli argomenti per il ciclo 1997, sesta edizione delle lezioni, si è introdotta una piccola novità rispetto al passato: il criterio induttivo, per risalire dal particolare (un film recente) al generale (un tema, un genere, un periodo, una cinematografia, un autore).

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