Fenomenologia del critico

Scritto da Alberto Cassani venerdì 10 febbraio 2012 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Critica viene dal greco krinó, che sta per separare, distinguere, giudicare. Secondo alcuni questo dovrebbe fare un critico, in particolare un critico cinematografico: entrare nel corpo del film, smembrarlo con gli strumenti affilati del mestiere, e dopo tanta fatica emettere la sentenza. Anzi, più che una sentenza – come tale aleatoria e appellabile – la recensione sarebbe una conclusione ultima, scientifica. Per altri, invece, tutto il lavorio critico non produrrebbe che consigli per gli acquisti, come l’ipocrisia televisiva chiama la pubblicità. Il recensore sarebbe un assaggiatore di film, cui ci si rivolge per la fama del suo palato. Alla fine, questo critico sarebbe la reincarnazione, meno simpatica, di quegli imbonitori che agli inizi del Novecento stavano davanti alle sale, e a gran voce decantavano le meraviglie che là si proiettavano.
Fra i due estremi, fra il critico-scienziato e il critico-imbonitore, ci sono molte sfumature. E ancor prima c’è la convinzione che ogni spettatore in fondo ha: che è lui, e non il critico, il depositario della verità filmica – espressione orrida, di cui è bene scusarsi subito – e del miglior gusto cinematografico possibile. Per quanto l’amor proprio del recensore ne soffra, questa pretesa è sacrosanta: ognuno ha la libertà di divertirsi come crede, e il diritto di farlo come può.

Insomma, sulla questione della critica le opinioni sono tante, più o meno chiare. Proviamo ad abbozzarne una fenomenologia minima. Per cominciare, ci sono i critici-agrimensori (parlando con rispetto e ammirazione per gli agrimensori, quelli veri). Grigi ed emaciati per i decenni trascorsi al buio, non si separano mai dal metro e dalla calcolatrice. Che cos’è un film – immaginano – se non un tanto d’altezza per un tanto di larghezza? Quanto alla profondità, nemmeno ci pensano, certi che lo schermo ne abbia due, di dimensioni, non tre. Vita grama, la loro, ma anche priva di su e giù, e di rischi.
Ci sono poi i critici-preti, che officiano un rito sempre uguale in nome di un dio geloso. Più paffutelli degli agrimensori, scandiscono le giornate sfogliando il loro breviario. Nulla di male può accadere a questi mediatori fra il cielo della verità rivelata e la terra degli spettatori: dalla loro hanno il Bene, sempre pronto a sbaragliare il Male. Per il resto, la vita può trascorrere tranquilla. Già che ci siamo, precisiamo che alla categoria non appartengono i critici-profeti, i mistici che non vedono film, ma ierofanie. Più male in arnese degli agrimensori, sono anche più convinti dei preti d’essere il tramite del divino. Ma per loro il divino sta tutto nelle luci (e nelle allucinazioni) dello schermo. Talvolta scarmigliati, e sempre spiritati, succede che inciampino nel discorso, per tacer della sintassi. Come non capirli? Le parole sarebbero un intralcio anche per voi, se vi fosse apparsa la Madonna. Figuratevi poi se foste stati voi, ad apparire a lei. La vita di questi profeti sarebbe un inferno, se non fossero sicuri di frequentare il paradiso.
Ci sono inoltre i critici-sociologi (anche qui con rispetto e ammirazione per i sociologi veri). A prima vista, si direbbero simili ai critici-preti. Come a questi, anche a loro non importa il film quanto la verità che sta prima del film. Solo che intendono una verità non rivelata, ma empirica e statistica, per così dire. Capita dunque che riempiano i loro discorsi di riferimenti decisi e decisivi alla società e alla storia, e nel casi più disperati alla cronaca. Se non esagerano, son quasi innocui. Leggerli è come bere un bicchier d’acqua, non sempre fresca: una volta giù, non ci si pensa più.
Tralasciamo i critici-riassuntori, per i quali i film, e forse il mondo intero, non sono che trama (osserviamo però che non giudicano – proprio non ci riescono – e dunque fanno da contrappeso salutare a molti colleghi meno timidi, o preti o profeti o sociologi che siano). Quali altri tipi ci restano, per completare la nostra fenomenologia minima? Ognuno ci aggiunga quelli che vuole. A noi interessa la questione opposta e speculare: c’è un modo giusto d’esercitare il mestiere?

Qui le cose si fanno difficili. Occorre partire da lontano. Un critico, infatti, dovrebbe aver dietro di sé una storia lunga, o almeno non troppo corta. Inizia, questa storia, con il piacere d’essere un giovane spettatore, libero come chiunque altro di divertirsi come vuole, e in diritto di farlo come può. A un certo punto la “trama” si complica: i fatti della vita, si tratti di necessità o di caso, lo portano a prendere molto sul serio quello che vede. Ci pensa, ci ragiona, ne discute. Per la prima volta incontra il rischio che ne nasca un mestiere. Il nostro apprendista inizia dunque a “criticare”: entra nel corpo del film, tra le sue immagini, e tenta di separarle, di analizzarle. Ne cerca la verità. Che la trovi o non la trovi, non è più uno spet-tatore Ubero, e ancor meno selvaggio. Smette di divertirsi.
Al cinema non va più (solo) per piacere, ma (quasi) per dovere. Gli capita persino di far l’agrimensore. Cocciuto, prende le misure di quel che vede e sente, e le annota su tristissimi taccuini. Tutto questo dura anni. Quel che ne verrà è imprevedibile. Diventerà prete, profeta, sociologo? Il peggio è che diventi riassuntore, o addirittura imbonitore.
Supponiamo che l’apprendista sia di buona volontà, e fortunato. In questo caso, dopo anni di doveri, a un certo punto scopre che tutto quello scavare, tutto quel misurare, tutto quell’analizzare non gli pesano più. Meglio, scopre che non è più lui a fare il lavoro grosso, tanto necessario quanto poco felice, ma una presenza obbediente e silenziosa in lui: una specie di servocritico automatico (nel senso del servosterzo, per intenderci). Nessun taccuino si mette più tra lui e lo schermo. E tornato spettatore, libero ma un po’ meno selvaggio. Ora ha più occhi, più orecchi, più sensibilità. Per il resto si diverte, o si annoia, come chiunque altro.
Tuttavia, ancora non è critico. Non lo sarà fin quando non riuscirà a diventare più che spettatore. E però non deve smettere di esserlo. Anzi, continuare a esserlo gli è indispensabile, se vuole anche diventar critico. Quel che gli tocca, ora, è aggiungere qualcosa alla sua passione (e ancor più al suo servocritico). Deve dar voce e forma a quello che ha visto, udito, sentito. Insomma, deve scrivere.
Solo quando scrive lo spettatore, anche il migliore fra gli spettatori, è davvero critico. Come l’autore di un film sceglie e monta immagini, così il critico sceglie parole e le mette in sequenza. E non è una supposta verità ultima del film che gli preme, e che vuole esprimere. Sa che la (scrittura) critica non è una scienza, e ancor meno un processo, ma un genere letterario. Essendo spettatore, appunto, sa anche che le verità di un film sono tante quanti gli uomini e le donne in platea. Tra esse c’è la sua, personale come ogni altra, come ogni altra necessaria e insostituibile. E la vuole comunicare, questa verità relativa. Ai lettori spetta poi d’esserne i critici.

Roberto Escobar, Il Sole 24 ore (25 settembre 2011).

Critica viene dal greco krinó, che sta per separa¬re, distinguere, giudica¬re. Secondo alcuni questo dovrebbe fare un critico, in particolare un critico ci¬nematografico: entrare nel corpo del film, smembrarlo con gli strumenti affi¬lati del mestiere, e dopo tanta fatica emettere la sentenza. Anzi, più che una sentenza – come tale aleatoria e appel¬labile – la recensione sarebbe una con¬clusione ultima, scientifica.
Per altri, invece, tutto il lavorio criti¬co non produrrebbe che consigli per gli acquisti, come l’ipocrisia televisi¬va chiama la pubblicità. Il recensore sarebbe un assaggiatore di film, cui ci si rivolge per la fama del suo palato. Alla fine, questo critico sarebbe la reincarnazione, meno simpatica, di quegli imbonitori che agli inizi del No¬vecento stavano davanti alle sale, e a gran voce decantavano le meraviglie che là si proiettavano.
Fra i due estremi, fra il critico-scien¬ziato e il critico-imbonitore, ci sono molte sfumature. E ancor prima c’è la convinzione che ogni spettatore in fon¬do ha: che è lui, e non il critico. Il depo¬sitario della verità filmica – espressio¬ne orrida, di cui è bene scusarsi subito -, e del miglior gusto cinematografico possibile. Per quanto l’amor proprio del recensore ne soffra, questa pretesa è sacrosanta: ognuno ha la libertà di divertirsi come crede, e il diritto di far¬lo come può.
Insomma, sulla questione della criti¬ca le opinioni sono tante, più o meno chiare. Proviamo ad abbozzarne una fe¬nomenologia minima. Per cominciare, ci sono i critici-agrimensori (parlando con rispetto e ammirazione per gli agri¬mensori, quelli veri). Grigi ed emaciati per i decenni trascorsi al buio, non si separano mai dal metro e dalla calcola¬trice. Che cos’è un film – immaginano -, se non un tanto d’altezza per un tan¬to di larghezza? Quanto alla profondi¬tà, nemmeno ci pensano, certi che lo schermo ne abbia due, di dimensioni, non tre. Vita grama, la loro, ma anche priva di su e giù, e di rischi.
Ci sono poi I critici-preti, che officia¬no un rito sempre uguale in nome di un dio geloso. Più paffutelli degli agrimen¬sori, scandiscono le giornate sfoglian¬do il loro breviario. Nulla di male può accadere a questi mediatori fra il cielo della verità rivelata e la terra degli spet¬tatori: dalla loro hanno il Bene, sempre pronto a sbaragliare il Male. Per il re¬sto, la vita può trascorrere tranquilla.
Già che ci siamo, precisiamo che alla categoria non appartengono i critici-profeti, i mistici che non vedono film, ma ierofanie. Più male in arnese degli agrimensori, sono anche più convinti dei preti d’essere il tramite del divino. Ma per loro il divino sta tutto nelle luci (e nelle allucinazioni) dello schermo. Talvolta scarmigliati, e sempre spirita¬ti, succede che inciampino nel discor¬so, per tacer della sintassi. Come non capirli? Le parole sarebbero un intral¬cio anche per voi, se vi fosse apparsa la Madonna. Figuratevi poi se foste stati voi, ad apparire a lei. La vita di questi profeti sarebbe un inferno, se non fos¬sero sicuri di frequentare il paradiso.
Ci sono inoltre i critici-sociologi (anche qui con rispetto e ammirazio¬ne per i sociologi veri). A prima vista, si direbbero simili ai critici-preti. Co¬me a questi, anche a loro non importi il film quanto la verità che sta prima del film. Solo che intendono una veri¬tà non rivelata, ma empirica e statisti¬ca, per così dire. Capita dunque che riempiano i loro discorsi di riferimen¬ti decisi e decisivi alla società e alla storia, e nel casi più disperati alla cro¬naca. Se non esagerano, son quasi In¬nocui. Leggerli è come bere un bic¬chier d’acqua, non sempre fresca: una volta giù, non ci si pensa più.
Tralasciamo i critici-riassuntori, per i quali i film, e forse il mondo intero, non sono che trama (osserviamo però che non giudicano – proprio non ci rie¬scono -, e dunque fanno da contrappe¬so salutare a molti colleghi meno timi¬di, o preti o profeti o sociologi che sia¬no). Quali altri tipi ci restano, per com¬pletare la nostra fenomenologia minima?Ognuno ci aggiunga quelli che vuo¬le. A noi interessa la questione opposta e speculare: c’è un modo giusto d’eser¬citare Il mestiere?
Qui le cose si fanno difficili. Occorre partire da lontano. Un critico, infatti, dovrebbe aver dietro di sé una storia lunga, o almeno non troppo corta. Ini¬zia, questa storia, con i1 piacere d’esse¬re un giovane spettatore, libero come chiunque altro di divertirsi come vuo¬le, e In diritto di farlo come può. A un certo punto la “trama” si complica: i fatti della vita, si tratti di necessità o di caso, lo portano a prendere molto sul serio quello che vede. Ci pensa, ci ra¬giona, ne discute. Per la prima volta incontra il rischio che ne nasca un me¬stiere.
Il nostro apprendista inizia dunque a “criticare”: entra nel corpo del film, tra le sue immagini, e tenta di separarle, di analizzarle. Ne cerca la verità. Che la trovi o non la trovi, non è più uno spet-tatore Ubero, e ancor meno selvaggio. Smette di divertirsi.
Al cinema non va più (solo) per pia¬cere, ma (quasi) per dovere. Gli capita persino di far l’agrimensore. Cocciu¬to, prende le misure di quel che vede e sente, e le annota su tristissimi taccui¬ni. Tutto questo dura anni. Quel che ne verrà è imprevedibile. Diventerà prete, profeta, sociologo? Il peggio è che diventi riassuntore, o addirittura imbonitore.
Supponiamo che l’apprendista sia di buona volontà, e fortunato. In questo caso, dopo anni di doveri, a un certo punto scopre che rutto quello scavare, tutto quel misurare, rutto quell’analiz-zare non gli pesano più. Meglio, scopre che non è più lui a fare il lavoro grosso, tanto necessario quanto poco felice, ma una presenza obbediente e silenzio¬sa in lui: una specie di servocritico auto¬matico (nel senso del servosterzo, per intenderci). Nessun taccuino si mette più tra lui e lo schermo. E tornato spet¬tatore, libero ma un po’ meno selvaggio. Ora ha più occhi, più orecchi, più sensibilità. Per il resto si diverte, o si annoia, come chiunque altro.
Tuttavia, ancora non è critico. Non lo sarà fin quando non riuscirà a diventa¬re più che spettatore. E però non deve smettere di esserlo. Anzi, continuare a esserlo gli è indispensabile, se vuole an¬che diventar critico.
Quel che gli tocca, ora, è aggiungere qualcosa alla sua passione (e ancor più al suo servocritico). Deve dar voce e for¬ma a quello che ha visto, udito, sentito. Insomma, deve scrivere.
Solo quando scrive lo spettatore, an¬che Il migliore fra gli spettatori, è dav¬vero critico. Come l’autore di un film sceglie e monta immagini, così II criti¬co sceglie parole e le mette In sequen¬za. E non è una supposta verità ultima del film che gli preme, e che vuole esprimere. Sa che la (scrittura) critica non è una scienza, e ancor meno un processo, ma un genere letterario. Es¬sendo spettatore, appunto, sa anche che le verità di un film sono tante quanti gli uomini e le donne in platea. Tra esse c’è la sua, personale come ogni altra, come ogni altra necessaria e Insostituibile. E la vuole comunica-re, questa verità relativa. Ai lettori spetta poi d’esserne i critici.
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