A cosa serve la critica?

Scritto da Alberto Cassani venerdì 8 febbraio 2008 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Domanda che si sono posti in molti, da molto tempo a questa parte. Prova a rifletterci sopra anche Paolo Mereghetti nell’ultimo numero di Ciak, senza (ovviamente) trovare una risposta. Ma l’articolo offre spunti interessanti, riprendendo anche alcune cose già espresse da articoli e commenti in questo stesso blog…

Ogni tanto non posso fare a meno di interrogarmi. E chiedermi a che cosa serva mai la critica. E soprattutto i critici.
C’è stato un film che ha ricevuto più spernacchiarnenti di “L’amore ai tempi del colera”? Così, a memoria, non me lo ricordo. A me non era proprio piaciuto, ma per scrupolo (o per una specie di autodifesa) mi sono letto tutte le recensioni disponibili su piazza. Ce ne fosse stata una non dico positiva ma almeno così così… Niente, dalla stroncatura all’indifferenza, quel film ha raccolto tutte le possibili varianti del rifiuto critico. Risultato al botteghino: più di quattro milioni di euro. E lo sfruttamento non è ancora finito.
Controprova. I cinepanettoni. Quest’anno l’accoglienza critica è andata da pessima a nemmeno sufficiente. Sembrava di essere tornati a scuola quando c’erano ancora i voti. Ci sarebbe stato da stare allegri se ti rifilavano un quattro. Persino i teorici del trash avevano vacillato nelle loro convinzioni… Risultato al botteghino? Se uniamo gli incassi di “Natale in crociera”, di “Una moglie bellissima” e del Boldi di “Matrimonio alle Bahamas” il totale, più o meno, equivale a metà dell’incasso di tutti i film italiani nel 2007. Roba da appendere la penna o il computer al chiodo. Braccia rubate all’agricoltura. Quelle dei critici, naturalmente… Non so i miei colleghi, ma a me ogni tanto viene da pensare che forse la metafora della voce che grida nel deserto si riferisce proprio agli (inutili) sforzi dei critici. Che continuano a dire la loro e a non convincere nessuno. O quasi, perché ogni tanto, qualche piccolo sforzo critico sembra venire premiato. Roba minima, s’intende, ma se “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti è in programmazione da sei mesi al cinema Mexico di Milano (e tanti registi indipendenti cominciano a pensare che quella delle uscite piccole e mirate sia una strada possibile e anche redditizia), se un film piccolo, “Come l’ombra”, di Marina Spada sta superando i duecentomila euro d’incasso, se “Cous Cous” riesce a far le code davanti ai locali che lo proiettano… allora forse quegli articoli che ne hanno parlato bene, quei critici che hanno messo in gioco la loro credibilità per difenderli, quelle voci nel deserto che hanno cercato dì farsi sentire, non hanno sprecato il loro tempo e la loro energia. Roba minima, s’intende, ma pur sempre roba concreta.
Biglietti, incassi, pubblico che esce dì casa e sceglie percorsi lontani da quelli indicati dalla pubblicità più martellante. E allora, colpito da una improvvisa tentazione megalomane, anche il povero critico finisce per pensare di avere un ruolo e una funzione. Va bene, ma di che tipo? L’unica che può inseguire chi fa il mio mestiere: quella della credibilità, da cui sola può nascere l’autorevolezza necessaria a farsi ascoltare (non dico a convincere) da chi ci legge. Perché un critico non sì misura mai sulla breve distanza, sulla genialità di un testo o sulla profondità di una interpretazione. Quella lascia il tempo che trova se la volta successiva il lettore non la ritrova ancora e poi ancora e poi ancora… È sulla lunga distanza che i rapporti si consolidano. Che il lettore abbandona le sue difese (e magari le sue prevenzioni) e comincia ad ascoltare. Ed è sulla lunga distanza che il critico può cercare di costruire una credibilità fatta di interventi mai banali, mai compiaciuti, sempre rispettosi dell’intelligenza di chi legge ma anche della fatica di chi crea. Solo allora, un giudizio viene ascoltato: non perché è geniale ma perché è stato detto da qualcuno di cui abbiamo imparato a fidarci. E a cui siamo disposti ad appoggiarci quando non sappiamo dove andare (o che film guardare). Non è una fatica da poco. È come un amico o un fratello maggiore: se ci fregano una volta è finita! O mi sbaglio?

Paolo Mereghetti, Ciak #2, febbraio 2008.

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Commenti

13 risposte a: “A cosa serve la critica?”

  1. Fabrizio ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 12:52

    Ma tu leggi Ciak?

  2. Alberto Cassani ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 14:06

    Diciamo che lo sfoglio. Non sono molte le pagine da leggere, su Ciak…

  3. Fabrizio ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 17:38

    Se dovessi consigliare una rivista di cinema che valga la pena leggere, quale sarebbe?

  4. Sebastiano ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 18:07

    Scusate il disturbo.
    Se trovi l’altra copia che stampano, puoi provare a leggere Duellanti.(Cosi’, Alberto, ti ho rovinato il post…)

  5. Alberto Cassani ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 22:32

    “Duellanti” è in assoluto la rivista di cinema più snob del mondo, pari merito coi “Cahiers du Cinema”.
    In Italia secondo non ci sono riviste di cinema d’attualità (ossia che si occupano dei film nelle sale adesso) veramente degne di essere lette. Non costasse così tanto per via del cambio e dell’importazione, varrebbe la pena di leggere l’inglese “Empire”, che è sostanzialmente “Ciak” ma scritta bene, con un’impaginazione ottima e un occhio molto lungo sui film di cui vale la pena parlare. Altrimenti, sempre in Inghilterra c’è “Sight and Sound” che non sempre è affidabile in quanto a giudizi ma quando si occupano di cinema classico sono eccezionali. Se poi vuoi un aggiornamento sulle uscite italiane, allora tato vale andare nell’atrio di un qualche multisala e portar via una copia di “Best Movie”. In Italia siam messi male. Pensa che c’è gente che si riduce persino a leggere “Duellanti”…

  6. Fabrizio ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 23:20

    E infatti io arraffo sempre Best Movie, che non fa critica e si limita a “descrivere” i film in uscita. Se ci si pensa bene non è molto diversa da Ciak, che è più patinata e finge di voler fare critica. E in più la devi pagare! Inutile comprare Ciak, se puoi avere Best Movie gratis.

    Quanto alle riviste straniere, beh, mi manca la voglia di sbattermi per recuperarle… Speravo in una buona rivista italiana. Ma è inutile.

  7. Alberto Cassani ha scritto lunedì 11 febbraio 2008 23:26

    Per fare una rivista di cinema fatta davvero bene servono i soldi – per i redattori, per i collaboratori, per i viaggi sul set, per le fotografie in esclusiva… – ed evidentemente nessun editore italiano ritiene ne valga la pena. Ma magari un pubblico per una rivista simile c’è, chissà…

  8. Tobia Zerbato ha scritto martedì 12 febbraio 2008 21:40

    Tornando al tema del post, l’articolo del Mereghetti è interessante e potrebbe scatenare risposte, riflessioni, opinioni, più o meno lunghe sull’argomento. Di getto mi vien da dire: Critici e Pubblico sono forse, per certi versi, troppo “distanti” l’uno dall’altro e in pochi casi s’incontrano. Da qui nasce uno scambio di vedute che per quanto costruttivo, genera irrimediabilmente propensioni diverse per questa o quell’altra pellicola…

  9. Alberto Cassani ha scritto mercoledì 13 febbraio 2008 13:36

    Ciao Saty.

    Io penso che sia impossibile far avvicinare davvero la categoria “pubblico” alla categoria “critici”. Quello che si può fare è avvicinare le persone “critici” alle persone “spettatori”, cioè rendere più “umane” le parole che si leggono sui giornali, dare un volto alle firme. Questo si può fare soprattutto con cineforum, rassegne, retrospettive e cose del genere, ma rimarrà sempre una cosa tra uno spettatore e un critico: ci sarà sempre di mezzo quella fiducia di cui parla Mareghetti.

    Detto questo, secondo me la differenza di giudizio tra pubblico e critica dipende essenzialmente da tre fattori: abitudine ad andare al cinema (e quindi anche assuefazione allo spettacolo cinematografico), le condizioni di visione (le sale pubbliche posso essere molto più coinvolgenti di un’anteprima per la stampa) e – forse soprattutto – le condizioni di visione di un film. Noi sempre più spesso vediamo i film in lingua originale, non solo ai festival ma anche alle anteprima, e se è vero – come spesso è vero – che il film diventa un altro una volta doppiato, noi scriviamo di un film diverso da quello che poi i nostri lettori andranno a vedere.

  10. Carlo Prevosti ha scritto lunedì 18 febbraio 2008 16:31

    Io ho immagine piuttosto “romantica” della figura del critico cinema, che lo colloca dalla stregua della guida museale, con tutti i pregi e i difetti che può avere tale professione. Una guida che può farti apprezzare lati sconosciuti, poco visibili, magari non percepibili ad una prima visione. Non si tratta quindi di una persona che ti “butta dentro” al museo, ma che ti conduce per mano e ti racconta quello che è necessario conoscere. Ci sono guide/critici che si limitano a ripetere una pappa pronta fatta di stereotipi, nozioni e luoghi comuni. Ce ne sono altre che ti aprono la mente con semplici e piccole imbeccate che ti permettono di percepire l’opera nel suo contesto e carpirne un percorso di lettura. La critica di conseguenza non muove il pubblico, al massimo un 5%, in cui mi riconosco, di spettatori curiosi che si lasciano consigliare, mentre la maggior parte del pubblico sa già cosa vuole (anche se è sempre la stessa cosa) dopotutto da bambini abbiamo tutti voluto sentire 1000 volte la stessa storia.

  11. Cuccu'ssétte ha scritto lunedì 17 marzo 2008 09:00

    Confesso, mi occupo di recensioni fantasy, fantascienza, horror – generi super snobbati se trattati con certa serietà. Neanche a dirlo, sono indipendente, mezzo euro non lo becco mai, non sto certo a spammare per chi scrivo… tanto chi mi vuole mi trova lo stesso.
    Per amor di categoria, leggo un po’ di tutto, e spesso mi dirigo verso l’esercito di colleghi semiprofessionisti. Credo in questo tipo di persone che se ne intede ma lo fa come secondo o terzo lavoro, ed è retribuita con la gloria… o cifre tali da essere praticamente simboliche. Sulla pelle posso dire che quando non ci sta di mezzo il quattrino la gente è più portata all’onestà. Così tra i semiprofessionisti si incontrano tanti interessanti rissosi tipetti che con libera faccia di bronzo, finalmente organizzano il linciaggio di pellicole barbose, simil intellettuali, pretenziose e hollywoodiane similia.
    Loro sono il possibile anello di congiunzione tra la gente e i Critici titolati. Il massimo della qualità col massimo della sincerità. Linguaggio chiaro e relativamente accessibile, pro e contro rivelati senza troppi peli sulla lingua.
    Non ci vuole un esperto per dire che le varie vacanze di Natale sono c——- pazzesche, né serve dirlo perché tanto chi va a vedere quei film, nemmeno lo considera, il parere di un Critico! A meno che non desideri picchiarlo a sangue, e farlo inginocchiare sui ceci davanti al rogo dell’ultima copia della Corazzata Kotiomkin…
    Diverso è poter demolire o esaltare, o dare caratteristiche positive e negative di produzioni medie, quelle che troviamo nelle sale; e ancora, suggerire in mezzo al noto anche cose meno note. Per questo tipo di cinema e di spettatore ha senso dare un giudizio: alcuni tra quanti vanno a vedere pellicole scegliendo ( se non altro di evitarei prodotti più scadenti o non confacenti al proprio gusto), sono già più accorti nella scelta, e più sensibili alle riflessioni.

    Quando si passa al professionismo vero e proprio, sono dell’idea di Critico Cinematografico “duro col cuore tenero”, a metà tra il sognante mago della lanterna magica, il Baglioni di “Acqua dalla Luna” e il falsamente cinico Philip Marlowe.
    Il vero problema è che la guida di un Museo è per sua natura uno Storico. Un Critico può anche essere Storico, ma spesso lo è in modo tanto meno poetico ed eclatante – ed è invece un bravo giornalista. Credo che servano sia Guide che Critici, con funzioni complementari; sarebbe bello essere entrambi, ma quando ci va di mezzo il soldo, mettere sempre tutto d’accordo non è possibile.
    Il ruolo di guida è validissimo, a patto che trovi viaggiatori disposti a farsi incuriosire, a lasciarsi guidare, a far stuzzicare l’interesse e la passione per un’Arte non ancora da tutti riconosciua come tale. Purtroppo questo romantico tour operator del paese della Fantasia si trova più spesso davanti comitive di spettatori che lo ascolteranno con mezzo orecchio e poi, quasi tutti, faranno quello che sempre volevano fare. Andranno a vedere il data movie che le consigliano le amiche, si infileranno nel cinema di paese per passare la domenica pomeriggio – senza nemmeno chiedersi cosa programmano – non sfuggiranno al panettoni movie.
    Chi fa il Critico dovrebbe avere consapevolezza di poter incidere solo alla lontana sulla gente – e se poi deve per esigenza alimentare anche affrontare Boldi e C… sa che fa parte del Mestiere della Penna, obbligo professionale. Ci sta che a forza di far vedere .
    D’altra parte, se di cinema si parla, non si può parlare solo di quello artistico, quindi…

  12. Alberto Cassani ha scritto lunedì 17 marzo 2008 19:03

    “Terre di confine”… Ma pensa… Avevo scritto un articolo sul primo numero… Mi fa piacere vedere che la rivista è ancora viva e vegeta. E curioso che accenni al fatto che non tutti riconoscono il cinema come arte, perché sto giusto preparando una serie di tre post su questo argomento: dovreste vedere il primo dopo Pasqua.

    Comunque sia, da quello che posso vedere qui a Milano, i critici cinematografici che riescono a vivere solo di critica si contano sulle dita di una mano. Quelli che non lavorano all’interno di una redazione – quindi non hanno uno stipendio fisso – si ingegnano a fare anche altro, non sempre legato al cinema. E’ per questo che un sacco di persone scrivono su mille riviste diverse, cosa che io da lettore trovo anche un po’ fastidiosa, ma bisogna pur vivere…

    E’ vero, ed è ovvio, che fino a quando non iniziano a girare i soldi è più facile scrivere in libertà. C’è meno da guadagnare, quindi ci sono meno ragioni per vendersi. Però qualche favore agli amici lo si può sempre fare… Ricordo di aver conosciuto qualche anno fa una ragazza che scriveva aggratis su Duel ma voleva fare l’attrice e andava a fare le interviste portandosi dietro il book fotografico: mi viene da pensare che la recensione positiva del film di un regista che poteva farla lavorare ci poteva scappare facilmente…
    Il fatto, semmai, è che se girano i soldi non vuole necessariamente dire che ci siamo venduti. Almeno in teoria, e almeno dal nostro punto di vista. Circa un anno fa, un mio amico ha scritto una recensione negativa di un brutto film il cui distributore aveva acquistato uno spazio pubblicitario sullo stesso giornale per cui il mio amico aveva scritto la recensione. Il distributore ha chiamato il direttore del giornale per lamentarsi, perché secondo lui comprare uno spazio pubblicitario vuol dire comprare tutto il giornale, giornalisti compresi… E fino a quando ci saranno editori/direttori/giornalisti disposti a dargli ragione, continuerà a pensarlo.

    Non so quanto “alla lontana” il critico possa incidere sulla gente, secondo me dipende molto dal film: è vero che coi vari “Vacanze di Natale” la critica non serve a niente e neanche viene letta, ma con un altro tipo di pellicole meno pubblicizzate e forse meno “allineate”, ha sicuramente più efficacia. Ma poi, come dico sempre io, al giorno d’oggi non c’è nessun critico al mondo che può realmente dire di essere importante…

  13. Anna ha scritto lunedì 31 marzo 2008 18:31

    Interessantissimo questo discorso sulla critica e sulle riviste di cinema. Forse una risposta poi alla fine non c’è…
    Pure io ho provato a pormi le stesse domande sul mio blog, se ti va di leggerlo.
    Ciao
    Anna

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