Il peso della critica secondo giornalisti e registi

Scritto da Alberto Cassani venerdì 15 febbraio 2008 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera ha avviato un’inchiesta sul peso della critica cinematografica sul successo dei film, dopo che lo scrittore regista Federico Moccia ha definito le stroncature garanzia di successo. «Il successo economico non è mai garanzia di qualità e un critico deve esprimersi su un film prescindendo da quelli che potranno essere i probabili esiti al botteghino». Così il critico a Il Giornale dello Spettacolo che specifica: «Se ci sono film bocciati dalla critica, che diventano campioni dincasso, sono molti di più quelli che, dopo aver ricevuto recensioni negative, vengono completamente ignorati dagli spettatori».

«Il cinema italiano più commerciale è da sempre a caccia del successo facile e immediato – sottolinea Fabio Ferzetti, critico de Il Messaggero – La qualità costa in termini di tempo, di ricerca, di riscrittura. Il cinema italiano di consumo ha sempre avuto un atteggiamento predatorio, addentando alla gola i filoni e sfruttandoli fino allinverosimile. Rispetto al passato, la situazione è migliorata, non cè dubbio che i Manuali d’amore dei nostri giorni sono qualitativamente migliori dei Pierini e dei Decameroni del passato, ma non per questo ci si deve accontentare. Credo che sia auspicabile che la critica pretenda di più; anzi il difetto della categoria è semmai quello di essere fin troppo tenera e generosa con la produzione nazionale».

Dal fronte dei registi, interviene Neri Parenti che racconta di aver ricevuto diverse stroncature senza mai preoccuparsene: «Certi film sono dichiaratamente dei prodotti di consumo che non andrebbero neppure recensiti. Nell’editoria non tutti i libri vengono giudicati dai critici; non ricordo di aver letto alcuna recensione del libro di Totti. Oggi purtroppo il livello culturale degli spettatori che frequentano la sala cinematografica, soprattutto giovani fra i 15 e 28 anni, non è particolarmente raffinato; si è costruito su una scuola che ha abbassato i livelli, su una televisione che offre quiz e grandi fratelli e un certo tipo di film deve tenerne conto».
Più conciso Enrico Vanzina, sceneggiatore per il fratello Carlo, che ai critici italiani rimprovera due peccati: decidere spesso a priori se un film è un capolavoro o una porcheria e confondere la forma con il contenuto. «Se un film parla di un argomento importante deve essere bello, al contrario se affronta temi frivoli è un filmaccio».

Valentina Neri, Cinecittà News.

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Commenti

10 risposte a: “Il peso della critica secondo giornalisti e registi”

  1. Spaceodissey ha scritto domenica 17 febbraio 2008 11:18

    Ridicoli i commenti di Neri Parenti e Carlo Vanzina. Se i film “di consumo” non dovessero essere recensiti, dovremmo smettere di recensire praticamente tutto Hitchcock. Se un film affronta temi frivoli è un filmaccio, dice Vanzina. In base a questo ragionamento, “Uno sparo nel buio” è una schifezza, per non parlare di “Mary Poppins” o “A qualcuno piace caldo”.

  2. Alberto Cassani ha scritto domenica 17 febbraio 2008 13:17

    No, non sono del tutto d’accordo con te. E’ vero quello che dici sui film di consumo, ma è vero anche quello che dice Neri Parenti sul livello dei giovani di oggi (anche se poi, magari i suoi film hanno contribuito all’abbassamento del livello culturale).
    Vanzina, invece, non esprime la sua opinione ma quella che dice essere l’opinione dei critici (film impegnato=bello, frivolo=brutto), anche se magari l’autrice dell’articolo poteva essere più chiara. E purtroppo Vanzina ha anche ragione: ci sono moltissimi critici pronti a difendere a spada tratta un film impegnato ritenendo gli intenti più importanti del risultato.

  3. Spaceodissey ha scritto domenica 17 febbraio 2008 16:35

    Riguardo al livello culturale dei giovani d’oggi, non so dire se sia così spaventosamente basso. Il film di Moccia è davvero inferiore a un film di Sansone che andava così di moda anni fa? Trent’anni fa non c’erano i tronisti e le veline, ma questo non significa necessariamente che i giovani avessero una cultura più elevata. I film di Pierino avevano successo e non erano certo culturalmente elevati.

    Riguardo a Vanzina: certo, lui dice quello che è un peccato dei critici, che tu confermi, e sul quale posso anche essere d’accordo. Ma mi sembra tanto una difesa dei “suoi” film che vengono criticati male perchè non parlano di argomenti “impegnati”. Tra l’altro non sono così sicuro che per la critica italiana “film impegnato=bello, frivolo=brutto” perchè, se così fosse, tutte le commedie americane dovrebbero essere stroncate in partenza. Per fare un esempio molto banale: “La ragazza del lago” ha una critica positiva su “Film tv” eppure non è certo un film “impegnato”.

  4. Alberto Cassani ha scritto domenica 17 febbraio 2008 18:38

    Beh, è ovvio che Vanzina e Neri Parenti tirino l’acqua al proprio mulino: non vedremo mai un Nanni Moretti o un Michele Placido parlar bene dei film di puro intrattenimento.

    Secondo me è per lo più vero che i critici italiani difendono a prescindere i film impegnati, mentre guardano con un occhio chiuso i “filmetti”, salvo però sopravvalutare quelli che in qualche modo fanno capo ad una supposta autorialità (la tradizione della commedia all’italiana, tanto per dire). Ma ovviamente ci sono delle eccezioni, sia per quanto riguarda i critici che per quanto riguarda i singoli film. “La ragazza del lago”, comunque, non sarà un film impegnato ma è un film pretenzioso, potrei dire “che se la tira”, e questo dai critici è stato apprezzato proprio perché ci hanno visto un tentativo di autorialità che ha nascosto ai loro occhi la pochezza del risultato.

    Infine, non so se Sansone sia meglio di Michela Quattrociocche, ma per lo meno Sansone parlava in italiano e sapeva coniugare i verbi! E Dalila era meno zoccola delle ragazzine di Moccia…
    Forse il livello dei film popolari non è realmente inferiore a com’era venti-trent’anni fa, ma così a occhio il livello dell’italiano medio mi sembra lo sia. Anzi, direi che il livello è più sciatto: poi magari l’ignoranza è pari, ma una volta la si spolverava meglio. Basta confrontare il modo in cui sono scritti gli articoli di giornale o il modo in cui si parla in televisione: vuoto pneumatico, maleducazione a iosa e ignoranza più totale. Una volta, per lo meno, la gente che “appariva” aveva qualche contenuto.

  5. Fabrizio ha scritto domenica 17 febbraio 2008 20:09

    Secondo me ci sono film di consumo e film di consumo. I film di Vanzina sono di consumo in senso assoluto, non hanno alcuna valenza artistica (neppure minima) e lui lo sa benissimo (credo). Questi film devono ‘trascendere’ la critica cinematografica perchè rappresentano un cinema ‘a parte’. Solo De Sica ogni anno tenta pateticamente di convincere la gente che una qual certa valenza sociologica i suoi film di Natale ce l’hanno, ma mente sapendo di mentire. Poi però Vanzina non può lamentarsi del livello culturale dei giovani, dal momento che lui è il primo a volere che resti piatto, contribuendovi oltretutto da anni coi film che realizza.

    Poi ci sono i film di consumo che alla base hanno un substrato ‘impegnato’, creativo. Questi possono risultare persino dei capolavori talvolta, oppure dei polpettoni da cento milioni di dollari così come delle piatte commediole. Ed è qui che la critica assume una valenza, ma deve saper fare i distinguo, giudicare con obiettività e senza prevenzioni di sorta. Perchè anche un blockbuster può essere un gran film, cento volte migliore della maggior parte di quei film cosiddetti d’autore che tanto piacciono al critico. Che a volte non si rende conto che “Tutti pazzi per Mary” vale molto di più de “La ragazza del lago”.

  6. Spaceodissey ha scritto domenica 17 febbraio 2008 22:48

    Perdonami, Alberto, ma se un critico si fa mettere il prosciutto sugli occhi dalla presunta autorialità della “Ragazza del lago”, allora è un critico da poco. Sarebbe come farsi infinocchiare da “300” definendolo un capolavoro, perchè accenna agli usi e costumi degli spartani.

    Io penso che il livello culturale sia lo stesso, nei giovani di oggi come quelli di venti-trenta-quarant’anni fa. Ripeto, la saga dei Pierini o delle Giovannone coscialunga non avevano nulla di più o di meno dei Moccia di oggi (congiuntivi compresi, che spesso erano corretti perchè le attrici – Fenech in primis – erano doppiate). E non dirmi che Giovannona era meno zoccola della Quattrociocche…

    E la produzione non era nè più nè meno diversificata. Si potevano trovare boiate pazzesche accanto a film più d’autore, passando per tutte le gradazioni intermedie.

    A me sembra che i critici valutino i film in base a preconcetti. Un critico di destra valuterà male qualsiasi film di Benigni, solo perchè Benigni è dichiaratamente di sinistra, mentre uno di sinistra valuterà molto positivamente “Johnny Stecchino” perchè è una feroce satira sulla mafia. Altri critici, poco indipendenti, valuteranno benissimo “Centochiodi” solo perchè è di Ermanno Olmi, quelli più indipendenti avranno magari il coraggio di dire che è pesante e incocludente (ma magari questi ultimi di Olmi hanno visto solo l’albero degli zoccoli e magari nemmeno quello).

    Il problema vero della critica, a mio avviso, è che è soggettiva e quindi, di fatto, non serve a niente. Tutti i critici del mondo mi possono dire che “La dolce vita” è un capolavoro, ma se io -per motivi inspiegabili- non riesco ad entrare in sintonia con il regista lo troverò un film mediocre.

    Pensa che c’è gente che trova “2001” lento, e altri a cui è piaciuto “Dust”. Hai un bel da fare a dire che “2001” è un capolavoro e “Dust” un film appena passabile, loro rimarranno, giustamente, della loro opinione. Rendendo il lavoro del critico, fondamentalmente inutile.

  7. Spaceodissey ha scritto domenica 17 febbraio 2008 22:49

    Cavoli, avevo scritto una bella, lunga e articolata risposta… ma al momento dell’invio mi ha dato un errore!

    Porca vacca!

  8. Alberto Cassani ha scritto domenica 17 febbraio 2008 23:31

    Il tuo messaggio era rimasto bloccato dall’antispam. Probabilmente l’uso di “Johnny” e “stecchino” nella stessa frase impedisce al commento di superare le maglie della difesa elettronica…

    Comunque, io non stavo facendo un discorso sul livello culturale dei film, ma sul livello culturale di chi i film li va a vedere (e li realizza). Perché se è vero che i congiuntivi una volta erano giusti perché c’erano i doppiatori, oggi sono sbagliati lo stesso nonostante i doppiatori: vedasi un qualunque film straniero che esce in lingua italiana.
    Che poi il pubblico di “Giovannona coscialunga” sia dello stesso livello di quello dei cinepanettorini ho pochi dubbi, ma mi sembra che tutto il resto sia decisamente peggiorato. Che ci sia un deciso imbarbarimento generale, che comincia tra l’altro con la maleducazione degli spettatori cinematografici, ormai disabituati al silenzio della sala buia. O magari no, magari sono io che mi faccio influenzare e che ragiono come ragionano certi tromboni delle generazioni passate che brucerebbero tutti quelli che sono venuti dopo di loro. Chissà…? Certo è che di film d’autore il cinema italiano ne produce ben pochi, ormai, e quei pochi di rado hanno successo.

    Non so cosa possa essere andato negli occhi dei critici, guardando “La ragazza del lago”, certo è che anche quei pochi (presumibilmente importanti) critici che l’avevano visto prima del Festival ne parlavano come di un gran film. Vero, però, che se la pietra di paragone è “Nessuna qualità agli eroi”, allora sì che è un capolavoro…

    La critica ha ormai ben poco peso sulle scelte del pubblico, anch se ho l’impressione che a livello locale sia ancora ascoltata: in provincia o nelle menti dei vecchi “se l’ha detto il giornale, dev’essere vero”.
    E che il critico sia soggettivista e prevenuto non c’è alcun dubbio. Conosco gente che a distanza di anni ancora si rifiuta ancora di riconoscere che “Dust” è un bel film, pensa te…

  9. Spaceodissey ha scritto lunedì 18 febbraio 2008 13:57

    Non so come sia in provincia, anche se ci vivo, ma anch’io ho l’impressione che il giudizio di un critcico valga come il due di coppe quando c’è sotto bastoni; perlomeno per film “giovani” o blockbuster americani. Magari vale un po’ di più per film come “Cous cous”. “Se l’ha detto il giornale dev’essere vero”: può darsi che ancora qualcuno lo dica, il problema è che il giornale acquistato ha -quasi sicuramente- una connotazione politica precisa e quindi la critica al film viene filtrata attraverso quella ideologia. Il che ci porta al discorso iniziale: non “impegnato=bello/non impegnato=brutto” ma “Mia Parte Politica=bello/Altra Parte Politica=brutto”.

    Quanto al pubblico in generale, non so se sia più o meno educato di anni fa. A me sembra che la situazione sia più o meno stabile: alcuni spettacoli sono più a rischio deficienti di altri, e alcuni cinema sono più a rischio maleducati di altri. E io credo che questo ci sia sempre stato. Anche se non posso portarti esempi concreti.

    Non ho capito molto bene la differenza che passa tra il livello culturale del film e quello di chi lo va a vedere e quello di chi lo realizza. Il livello culturale di chi va a vedere un film è uguale al livello culturale del film, in linea di massima.

    Il cinema italiano è uno sfacelo che sforna quasi unicamente cinepanettoni (o simili) o film che vorrebbero essere “d’autore”. Manca -quasi completamente- il cinema “popolare” (che oggi si vuol confondere con i cinepanettoni), ovvero quel cinema d’intrattenimento che però non era volgare.
    E il pubblico è diviso esattamente allo stesso modo: quelli che vanno a vedere un certo tipo di film e quelli che ne vanno a vedere altri. Quelli che per scegliere il film guardano chi è il regista e quelli che guardano gli spot e le interviste in TV. I due pubblici molto raramente si incontrano: un’occasione sarà la prossima settimana: quelli che guardano il regista accorreranno a vedere Sweeney Todd mentre orde di ragazzine accorreranno perchè il bel Johnny, accompagnate, controvoglia, dai loro ragazzetti che si comporteranno in modo barbaro in sala.

    Non sapevo che tu avessi visto “Nessuna qualità agli eroi” 🙂

  10. Alberto Cassani ha scritto giovedì 28 febbraio 2008 16:00

    Mi piace questa metafora della guida turistica. Però mi sembra che sia adattabile solo ad una parte della critica cinematografica, quella che Wikipedia definisce “critica teorica”. La guida turistica, infatti, spiega ai visitatori che sono già dentro il museo, che hanno già pagato il biglietto per vedere lo “spettacolo” e vogliono trarne il maggior “godimento” possibile. Mi sembra che questa funzione da “guida museale” sia efficace soprattutto prima di una seconda visione, o subito dopo la visione. In questo, è perfetto il modo in cui si svolgono i migliori cineforum, con introduzione antecedente la proiezione e spiegazione-discussione a seguire. La sua funzione è proprio questa, quella della critica “saggistica” ma concentrata tutta attorno alla visione. Peccato che di cineforumisti bravi ce ne siano davvero pochi.
    La critica “giornalistica”, invece, ha principalmente la funzione di aiutare il possibile visitatore a scegliere se entrare o meno nel museo, di fargli capire a che tipo di spettacolo va incontro e quindi se gli può piacere o meno, e – si spera – fargli capire perché gli può piacere o meno. Secondo me, dare troppe informazioni prima della visione sarebbe inutile se non dannoso: a prescindere dagli spoiler che possono realmente rovinare la visione, meglio far notare due cose importanti che poi il lettore/spettatore ritroverà senz’altro piuttosto che dare un mare di informazioni che non hanno possibilità di rimanere impresse a sufficienza nella memoria del lettore da permettergli di ricordarsele una volta diventato spettatore.
    Poi le due cose possono anche andare parzialmente a braccetto, nel senso che un quotidianista può dirti di correre a vedere un film e darti due notazioni che te lo faranno apprezzare ancora di più, ma questa è una cosa piuttosto rara soprattutto per motivi di spazio a disposizione di chi scrive.
    Tutto questo, ovviamente, vale solo se parliamo dei critici seri, di quelli che pensano prima di scrivere e soprattutto si documentano su quello di cui stanno scrivendo. Cosa spesso ancor più rara del bravo cineforumista. Ed è anche per questo che la critica può muovere non più del 5% del pubblico: perché l’approssimazione con la quale molti critici fanno il loro lavoro è evidente anche al lettore disattento. Ma secondo me ha ragione Mereghetti: se tra il critico e il lettore si crea un rapporto continuativo e questo rapporto arriva a basarsi sulla fiducia, allora il peso del consiglio del critico è destinato ad aumentare notevolmente. Ma questa fiducia non nasce di colpo una mattina… Non è un caso, infatti, che la maggior parte degli appassionati di cinema a quanto ne so hanno l’abitudine (come ce l’ho io) di leggere innanzi tutto le recensioni dei film che hanno già visto, per cercare il conforto delle proprie opinioni in quelle di qualcun altro – certo – ma anche per capire se questo qualcun altro è affidabile o meno.

    Le critiche morali-politiche, infine, esistono e sono quotatissime, ma si riconoscono sempre nella linea editoriale dell’intera testata per cui si possono riconoscere a prima vista. Personalmente trovo giusto che ci siano, perché è comunque un aspetto che è giusto evidenziare agli occhi di un certo tipo di lettore/spettatore, quello però che non mi piace è che molti di quelli che esercitano questo tipo di critica sono assolutamente incapaci di fare un qualunque altro tipo di analisi: non perché non possono, ma perché proprio non sono in grado di vedere al di là dei propri pregiudizi.

    Infine infine, io quando andavo al cinema da bambino non sentivo tutto il casino che sento oggi le volte che vado a vedere un film in sala col pubblico. E non sono sicuro che dipenda da una generale maleducazione dell’italiano medio, quanto probabilmente ad una totale disabitudine all’universo di penombra e di silenzio che invece noi associamo alla sala cinematografica. Forse Spaceodissey si ricorda le vecchie che han parlato per tutto il tempo quando siamo andati a vedere “Lagaan”: poche settimane fa mi è capitato con dei trentenni che guardavano “Io sono leggenda”, che evidentemente vedono il cinema come un salotto di casa in cui seguire il film con gli amici, comportandosi esattamente nello stesso modo. Disgustorama.

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