La critica cinematografica su internet

Scritto da Alberto Cassani venerdì 29 maggio 2009 
Archiviato in Quelli che scrivono...

Ogni tanto mi capita di essere contattato da qualche studente universitario che sta preparando una tesi sulla critica cinematografica ed è interessato al mio parere riguardo al mondo dei siti di critica. Non capita spessissimo, ma capita. Uno di questi studenti mi scrisse nel dicembre del 2007. Si chiama Luca Marra e all’epoca stava preparando una tesi intitolata “Origini, sviluppi ed eclissi della critica cinematografica” per il corso di laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Per usare le sue parole:

Dopo aver analizzato (in breve) la storia della critica, funzioni e luoghi editoriali, rifletto sul cambiamento che essa vive. Da circa vent’anni viene estromessa dai giornali quotidiani, mentre quelli specializzati sono di pregevole fattura ma molto poco diffusi, tranne Ciak e Filmtv chiaramente. Nel contempo sembra che siano nati nuovi luoghi della critica che le possono dare uno spazio più ampio. Gli extra dei DVD, le retrospettive nei Festival e le scuole di cinema che sono notevolmente aumentate dagli anni Settanta, quando la critica e la Storia del cinema entrarono nelle cattedre, a oggi. E poi, il web.

La tesi, che Marra ha avuto la gentilezza di mandarmi nell’aprile 2008, si divide in 6 capitoli:
1 – Breve Storia della critica cinematografica in Italia
2 – Analisi della critica: definizioni e funzioni
3 – Geografia della critica
4 – Crisi e cambiamento della critica cinematografica
5 – Il web e i nuovi luoghi della critica
6 – Pubblici e critica
A conclusione del lavoro ci sono una serie di interviste ad esponenti della critica cinematografica italiana e al produttore Nicola Giuliano. Il mio nome si trova quindi circondato da quelli di Paolo Mereghetti, Gianni Canova, Alberto Pezzotta, Maria Pia Fusco, Bruno Fornara e dell’amico Mattia Nicoletti.
Mi piacerebbe, con il permesso dell’autore, rendere in futuro disponibile questa tesi nella sezione e-book, del Diario ma per adesso mi limito a riportare qui sotto le mie considerazioni riguardo alle quattro domande che mi furono poste. Considerazioni che magari esulano un po’ dai miei soliti discorsi, ma che sono decisamente critiche nei confronti dell’ambiente.

Come si affronta il problema della “qualità” della critica nella proposta infinita del web?
Come ogni altro mercato, internet tende a adattarsi ai gusti del pubblico. Credo che, in questo momento, i navigatori vogliano scambiarsi opinioni piuttosto che leggere critiche, per questo i blog funzionano meglio dei siti “classici”. Quando il ciclo attuale finirà qualcuno sopravvivrà, qualcun altro no. In generale, però, anche oggi c’è un numero sufficiente di persone che vanno alla ricerca di contenuti, non solo di argomento cinematografico. Il “problema” semmai è che spesso vanno a cercarli nei siti stranieri. Con il cinema questo è ancora più accentuato, perché leggendo siti statunitensi si viene a sapere di questo o quel film molto prima che la stampa (anche on-line) italiana ne parli e che il film arrivi nelle nostre sale.
Internet è la patria della globalizzazione, e per avere davvero successo bisogna riuscire a dare un prodotto che superi i confini nazionali: se un sito italiano recensisce un film che interessa il pubblico ma che nessun altro sito italiano ha trattato perché non è ancora arrivato in Italia, è sicuro di guadagnarsi un po’ di accessi in più solo grazie ai motori di ricerca. I siti di cinema sono moltissimi, ma se confrontiamo i dati di accesso dei siti importanti con quelli amatoriali non c’è confronto: se non riesci a realizzare un sito davvero valido, il pubblico ti ignora. È sbagliato pensare al pubblico come una massa stupida (e non vale solo per internet). E’ la legge del libero mercato: per avere successo devi vendere un prodotto che sia migliore degli altri, o al massimo devi riuscire a convincere il pubblico che il tuo prodotto è migliore di quello degli altri, anche se in realtà non lo è.

Le critiche online sono davvero più sincere? Quando si è molto  visibili la pressione di uffici stampa e industria in generale diventa un ostacolo per poter parlare bene o male di un film?
Se il giornalismo cartaceo fosse davvero serio, non ci sarebbe motivo per l’on-line di essere “più sincero” rispetto alla carta stampata. Purtroppo ormai i giornali – soprattutto periodici – sono costruiti sulle inserzioni pubblicitarie invece che sui contenuti giornalistici, e gli inserzionisti sono convinti che comprare uno spazio pubblicitario voglia dire comprare tutto il giornale e chi lo realizza. E purtroppo sono stati proprio i giornali a farglielo credere.
Forse è vero che le critiche on-line sono più sincere, ma spesso sono anche meno ponderate: spesso ci si dimentica che si sta scrivendo per il pubblico, che lo scopo di una recensione di attualità dovrebbe essere quella di far capire se al lettore il film può piacere o meno, non se il film è piaciuto a chi scrive. Ci si lascia andare troppo spesso a riflessioni “private”, ci si parla addosso. Quindi, forse è vero che le critiche on-line sono più sincere di quelle stampate, ma non per questo sono migliori.
Anche ammesso di avere pressioni “commerciali”, niente ci obbliga a subirle, ad arrenderci ad esse. Proprio perché internet è infinito e libero, i siti sono meno legati all’aspetto commerciale del rapporto tra case cinematografiche e stampa. Per un sito di buon livello è facile trovare inserzionisti che non siano legati al cinema, molto più facile che per un giornale riempire uno spazio pubblicitario di una pagina di cinema con un’inserzione che non riguardi il cinema. Non solo: la pressione che una casa cinematografica può esercitare su un sito internet è molto inferiore rispetto a quella che può esercitare su un giornale. Non solo perché la loro pubblicità è meno importante, ma anche perché chi scrive su internet è abituato a vedere film senza l’aiuto delle case di distribuzione, e volendo può benissimo continuare a farlo. Il problema è che chi gestisce i siti più importanti arriva dalla carta stampata e ha ormai nel DNA un certo modo di ragionare (e un obiettivo: i soldi), il risultato è che i siti più importanti non sono quelli coi contenuti migliori. Continuano ad essere importanti perché sanno vendersi bene.

Ritiene che la critica cinematografica, soprattutto via web, sia utile al pubblico/pubblici, o no?
Più la critica on-line riesce ad essere tempestiva e “globale”, più riesce ad avere importanza e influenza. Nel caso di quella stampata, ha importanza, quando riesce a capire esattamente il lettore e farsi capire da esso. In generale, la critica cinematografica in quanto tale continua ad essere di grande utilità, l’importante è che il lettore capisca di potersi fidare del critico. La critica via web ha senz’altro avvicinato i lettori al genere, ma è difficile dire se abbia anche aumentato la credibilità della critica in generale. Probabilmente, se lo si chiedesse a qualche critico della “vecchia guardia”, la risposta sarebbe estremamente negativa.

Un bilancio generale: pro e contro della critica via web.
Rispetto alla critica “stampata”, sicuramente quella via web si è dimostrata più appassionata e più comprensiva dei gusti di quelli che sono i maggiori fruitori di cinema, ossia i ragazzi. È notevolmente aumentata l’offerta di critica, spesso anche di buon livello, e questo ha dato voce a nuove generazioni di critici che altrimenti non avrebbero mai trovato spazio sulla carta stampata. Questo non può essere che un bene, in un’Italia in cui – come diceva Bellocchio – «comandano i morti».
Il problema più grosso della critica via web è la scarsa capacità di chi i siti li dirige, o se vogliamo la loro scarsa professionalità. E non mi riferisco al discorso commerciale di prima, ma proprio alla capacità di scegliere i collaboratori e correggere i loro errori. Nella maggior parte dei casi, i responsabili dei siti non hanno l’abitudine di controllare ciò che i collaboratori scrivono – nemmeno dal punto di vista linguistico – e così finiscono per pubblicare recensioni di scarso livello e dare spazio a gente che chiaramente non è in grado di fare questo lavoro. E continuerà a non esserlo, perché senza guida non potrà capire dove sta sbagliando e come deve correggersi. La qualità di un sito la fanno sì i collaboratori, ma prima ancora la fa chi li gestisce, e troppo spesso nei siti italiani dedicati al cinema manca proprio il “manico”.

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Commenti

10 risposte a: “La critica cinematografica su internet”

  1. Martina ha scritto martedì 23 giugno 2009 01:31

    Ho appena scoperto questo blog. Lo trovo interessante, si.
    Cerco sempre qualcosa che parli di critica cinematografica… e questa sera tra una pagina e l’atra mi sono ritrovata qui.
    Mi sembra inutile adesso dilungarmi parlando di me e delle mie passioni, ma mi sembra necessario chiarire che per me il cinema è la vita. Fare la critica cinematografica è una questione quasi vitale.
    Ma sono ancora una studentessa e la strada è molto lunga.
    Rientro così anche io nella categoria “studenti universitari bisognosi di un parere esperto”. Avrei tante domande da fare, ma non mi sembra il caso di farle qui e adesso,
    Aspetto una risposta per mettermi in contatto con qualcuno che possa aiutarmi, magari parlando un po’ anche di cinema.

    Grazie, Martina

  2. andrea bazin ha scritto martedì 23 giugno 2009 16:40

    brava Martina! se ti piace il cinema trovati un lavoro tranquillo, ben pagato e che ti lasci tempo libero per andare al cinema per passione. Questo è l’unico modo per conservare la passione. Nessuno è mai morto per l’impossibilità di scrivere: la scrittura è una malattia inguaribile ma non mortale. Per guarirla esistono anche i diari, che oggi si chiamano blog ma non perché sono più pubblici fanno diventare giornalisti o critici. L’importante è che avere un altro reddito non ti incoraggi poi a scrivere gratis di cinema. Quasi tutti iniziano così, scrivendo gratis e sperando prima o poi di farne un lavoro. Quasi nessuno ce la fa e quei pochi che riescono ne sono tanto abbrutiti da non ricordare più che era la loro passione. Ti pare un quadro pessimistico? Non abbastanza, la realtà è peggio. Fidati.
    andrea bazin

  3. Martina ha scritto martedì 23 giugno 2009 20:46

    Ti ringrazio per la dritta. Ma non mollo! questa è l’unica cosa che al momento mi fa andare avanti.
    Il pensiero di riuscire, il pensiero di farcela, non mi abbandona mai… nemmeno per un attimo.
    Il quadro pessimistico purtroppo lo conosco bene, ma non mi scoraggia, anzi… lo vedo addirittura stimolante.
    La passione per il cinema è una cosa che difficilmente sparirà dalla mia vita, capisco però che nel momento in cui arriverà a coincidere con il lavoro ne avrò una visione diversa.
    Mi fido dei tuoi consigli, ma non voglio cambiare strada adesso… come si dice, non ho ancora sbattuto la testa per rendermene conto!

  4. Alberto Cassani ha scritto martedì 23 giugno 2009 22:19

    Grazie dei complimenti al blog, Martina.

    Sono abbastanza d’accordo con Andrea, ma non sarei così disfattista. E’ vero però che, ad esempio, a Milano i critici cinematografici che vivono solo grazie alla critica cinematografica, tolti i “vecchi”, non arrivano alla doppia cifra. Tanto che il mio omonimo Alberto Pezzotta, quando qualche giovane gli chiede consiglio sul mestiere di critico, risponde di andare a fare un altro lavoro.
    Il problema è che di spazi nella stampa non ce ne sono, anche perché i pensionati continuano a scrivere invece di andare in pensione, e i siti internet che si possono permettere di pagare i collaboratori sono pochissimi (CineFile non è tra questi). Quindi è vero che è preferibile trovarsi un altro lavoro che permetta di mantenersi e poi occuparsi di critica nel tempo libero.

    Creare un cineblog è un buon primo passo, perché scrivere aiuta ad affinare il proprio modo di analisi come anche la capacità di scrittura. Perché scrivendo molto (e rileggendosi con spirito autocritico) ci si rende conto più facilmente di quali aspetti filmici vale la pena analizzare e quali tralasciare, e soprattutto di che tipo di linguaggio è meglio usare per esprimere determinati concetti. E poi si crea la possibilità di scambiare pareri con altri appassionati sia a proposito dei film che sui propri scritti.
    Però secondo me è necessario fare anche il passo successivo, quello che Andrea Bazin in pratica consiglia di non fare, cioé scrivere per un sito, anche gratis. Questo essenzialmente per due motivi: perché se si riesce ad approdare in uno dei rari siti gestiti bene e quindi con un direttore che guidi e corregga i collaboratori si può migliorare molto e molto più in fretta che da soli, e poi perché i siti internet hanno accesso alle anteprime stampa e di conseguenza se anche non si guadagnano dei soldi per lo meno non si paga il biglietto per andare al cinema. Ma questo vale solo per chi vive a Milano e Roma.
    C’è poi da dire che andando alle anteprime stampa ci si riesce a rendere conto di che tipo di persone ci siano nell’ambiente, si riesce a dare un volto ai nomi che si leggono sui giornali, e soprattutto c’è modo di parlarci insieme e discuterci di cinema. Il che porta ad imparare qualcosa se si parla con della gente seria o con dei navigati professionisti, o ad aumentare la propria autostima nel caso in cui si abbia a che fare con dei pennivendoli.

    Andrea dice che quei pochi giovani che riescono a fare della critica cinematografica un lavoro ne escono talmente abbruttiti dal dimenticare la propria passione, ma secondo me è vero fino ad un certo punto. Il problema non sono tante le difficoltà che si affrontano per diventare “professionisti”, quanto l’ambiente che ci si trova davanti. Già il mondo del cinema non è il massimo per “pulizia”, ma anche in quello della critica cinematografica ci sono davvero delle brutte persone. E un sacco di incapaci. E allora a quel punto uno si deprime, perché se c’è una cosa che può far sfiorire una passione è proprio l’avere a che fare con della brutta gente nell’esercizio di questa passione.

  5. Martina ha scritto martedì 23 giugno 2009 22:43

    Ringrazio Alberto per l’esauriente chiarimento.
    Probabilmente un lavoro secondario ci sarà, quello che mi aiuterà nel sostentamento… ma nonostante tutto non voglio abbandonare la mia passione, perché (tra l’incapacità e il disinteresse della gente che opera nell’ambiente della critica) credo sia l’unica speranza a cui potermi appigliare.
    So che è difficile, capisco che è un mestiere davvero poco rimunerativo, ma è quello che voglio fare.
    Vi ringrazio ancora per i consigli, spero di poterne chiedere presto degli altri.

  6. andrea bazin ha scritto giovedì 25 giugno 2009 01:10

    ciao, sta diventando un dialogo a tre, comunque un paio di puntualizzazioni. Il no al fare un altro lavoro e scrivere gratis (lo fanno in molti) è perché così si affossa ancora di più il mercato e quindi la critica: se uno non ci campa, non può fare davvero il critico. Qualcuno non sarà d’accordo ma è così. L’altra questione è che nei giornali e nei siti credono che chiunque possa scrivere di cinema (e certe cose che si leggono, anche da parte di chi si crede vero cinefilo, gli danno ahimè ragione). Cosa sbagliatissima, perché nessuno si sognerebbe di dire che chiunque può scrivere di politica o di finanza. Il fatto è che tutti almeno ogni tanto vediamo dei film, abbiamo dei gusti, e quindi ci sentiamo autorizzati. Il desiderio di fare il critico cinematografico è come quello di fare l’allenatore di calcio. Solo che l’allenatore di calcio se perde lo cacciano e il critico come si fa a dire se ha perso? Per gli allenatori fallici c’è il fantacalcio, per i critici i blog e molti siti. Nessuno si sognerebbe di dire che il fantacalcio è la Champion, ma molti credono che le fanzine o poco più siano critica. Viviamo in un mondo formato da tante community autoreferenziali. Per sopravvivere meglio avere uno stipendio, cara Martina, possibilmente ottenuto in modo onesto. E coltivare le proprie passioni a parte. So che non mi ascolterai, ma a lungo andare mi darai ragione.
    a.b.

  7. andrea bazin ha scritto giovedì 25 giugno 2009 01:15

    scusate il lapsus, non era “allenatori fallici” (!!! può essere una nuova profesione???) ma naturalmente “allenatori falliti”.
    Imparare a scrivere con un cineblog come consiglia Alberto è bello e stimolante, ma molto poco utile. Meglio imparare a riparare un lavandino o una sedia!

  8. Alberto Cassani ha scritto sabato 27 giugno 2009 00:53

    Mah… Non sono per nulla d’accordo con Andrea. Non è lo stipendio, che divide i critici dai non critici: è la professionalità e la capacità. Se uno è bravo e preparato è un critico, ed è un critico che vale la pena di leggere, anche se scrive solo nel tempo libero o se scrive gratis. Tanto più che l’ambiente non lo si può affossare più di quanto non sia già, pieno com’è di analfabeti, gente che va al cinema coi paraocchi, gente che dorme al cinema ma scrive la recensione lo stesso e persino gente che scrive le recensioni prima ancora di vedere il film. Secondo me, se uno è bravo lo spazio lo trova, magari non come critico cinematografico ma comunque nell’ambiente del giornalismo cinematografico (che non è per nulla la stessa cosa). Quindi ben venga gente nuova nel settore, ci serve gente vuova, perché più ce n’è meno ci sono possibilità che gli incapaci trovino posto. Senza contare che Martina può benissimo essere l’Ernest Hemingway dei critici cinematografici, e noi non lo sappiamo ancora…
    L’importante è che quelli che cominciano siano ben consci delle enormi difficoltà che si troveranno davanti e non si abbattano al primo ostacolo. Alla fine, quelli che resteranno saranno i migliori, o al massimo i più appassionati.

    Io ho cominciato così, mollando il lavoro di cameraman e montatore che non mi piaceva più per dedicarmi a tempo pieno a quello che stava diventando CineFile, e oggi posso dire che di lavoro faccio il critico cinematografico (non solo con CineFile ma sicuramente grazie a CineFile). Non solo: io vengo dal mondo delle fanzine (anche se fumettistiche), e vi posso assicurare che ci sono delle pubblicazioni amatoriali che sono anni luce più curate di pubblicazioni similari ma professionali, anche perché il fanzinaro scrive soprattutto di ciò che conosce mentre il giornalista scrive di ciò di cui deve scrivere. Ci sono delle interviste che io ho fatto per una fanzine fumettistica che sono state tradotte e ripubblicate in sontuosi volumi francesi, quando è morto Guido Crepax i giornali hanno usato stralci di una mia intervista per raccontarne la carriera, un sacco di cose che avevamo scritto noi (anche io stesso) sono state citate nelle presentazioni dei volumi a fumetti allegati a Repubblica un paio d’anni fa… e siamo una fanzine, e scriviamo tutti gratis.
    O per riferirci solo all’ambiente del cinema, Nocturno è nato come una fanzine, ma nessuno in Italia tratta(va) il cinema horror con l’attenzione che ci mettevano loro, tanto che sono cresciuti fino a diventare una pubblicazione commerciale rispettata anche se non esattamente di grande successo. E hanno organizzato delle rassegne al Festival di Venezia, una fanzine…

    Certo non diventeremo ricchi né con blog e siti né con fanzine, ma nell’ambiente del fumetto siamo rispettati e apprezzati, perché tutti sanno che lavoriamo con la massima serietà, e nell’ambiente della critica milanese mi sembra di non essere l’ultimo della fila. E i lettori mi pare apprezzino il lavoro che facciamo, perché evidentemente notano la differenza con siti meno curati.
    E francamente, è proprio per questo che ho cambiato lavoro e mi sono messo a fare il critico: per fare un lavoro che mi piacesse e mi desse soddisfazioni a livello personale. Sono due approcci completamente diversi: c’è chi lavora per fare soldi, io lavoro per vivere meglio.

    Personalmente, non mi sento di scoraggiare una persona che vuole provare a fare questo mestiere. Come ce la faccio io, ce la può fare chiunque ci metta la stessa serietà e la stessa passione. Poi sono il primo a segare le gambe se uno non è capace, ma scoraggiarlo a priori no.
    Che poi sia più utile saper riparare una sedia che distinguere uno zoom da un carrello, è questione di punti di vista. E visto che Andrea si firma Andrea Bazin invece che Andrea Geppetto, evidentemente lo sa benissimo anche lui…

  9. Anonimo ha scritto domenica 28 giugno 2009 01:55

    “E francamente, è proprio per questo che ho cambiato lavoro e mi sono messo a fare il critico: per fare un lavoro che mi piacesse e mi desse soddisfazioni a livello personale. Sono due approcci completamente diversi: c’è chi lavora per fare soldi, io lavoro per vivere meglio.
    Personalmente, non mi sento di scoraggiare una persona che vuole provare a fare questo mestiere. Come ce la faccio io, ce la può fare chiunque ci metta la stessa serietà e la stessa passione. Poi sono il primo a segare le gambe se uno non è capace, ma scoraggiarlo a priori no.”

    Alberto che dire, ti ringrazio ancora per quello che hai scritto.
    Con le tue parole mi hai dato una motivazione in più per continuare a non mollare. E questo ti fa onore.

  10. Martina ha scritto domenica 28 giugno 2009 15:37

    Pardon, l’ultimo commento era mio… ma sbadatamente non l’ho firmato.

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